I GIORNI DI VETRO

di Elisabetta Marini


 “In questo romanzo non c’è niente di vero, eppure non c’è niente di falso…perché la storia è del tutto inventata, …ma quasi ogni vicenda parte da racconti e personaggi di cui in qualche modo ho letto o avuto notizia”

Questo tiene a spiegare Nicoletta Verna in una nota alla conclusione del libro. Un libro importante, possente, violento, ma anche delicato, intimo, profondo.

È difficile riuscire a sintetizzare questa opera con una trama tanto complessa e con tanti personaggi. Moltissime sono le chiavi di lettura che ogni lettore vi può individuare. Quindi il rischio di scrivere qualcosa di parziale o di non condiviso è molto forte.

Certamente siamo di fronte a un romanzo storico, come dimostra l’assegnazione alla Verna nel 2024 del premio internazionale Alessandro Manzoni per il romanzo storico. Ma questa classificazione è riduttiva, parziale. La storia c’è ma non sempre. Nei due capitoli iniziali, i più accattivanti e indiscutibilmente più belli, in cui l’autrice presenta Redenta e Iris, le due voci narranti, la sua presenza è uno sfondo labile. Descrive le due eroine con particolare attenzione ai luoghi, al contesto familiare e sociale, al loro sviluppo fisico, psicologico e culturale. Le racconta dalla nascita al momento in cui entrambe entreranno in contatto con Vetro – eroe della milizia fascista, personaggio affascinante e repellente, che alterna tenerezza e amore a violenza e soprusi.

Due donne diametralmente opposte che si incontreranno fisicamente per pochi attimi, senza neanche parlarsi, ma che incideranno entrambe in modo indelebile l’una sulla vita dell’altra.

Redenta, la povera sciancata, scalognata dalla nascita, considerata al limite della demenza (definita “incantata” nel libro), nasconderà volutamente agli altri le proprie doti per sopravvivere in una cittadina, Castrocaro, dove l’ignoranza sfociava nella superstizione, la povertà nella solidarietà tutta al femminile e il maschilismo in botte e sopraffazione.

Ma Redenta, anche se perseguitata dalle scalogne, ha la fortuna di sapersi adattare chiudendosi nel suo mondo interiore. Lì trova la forza di sopportare e giustificare le dolorose perdite affettive, le violenze familiari e i malanni fisici.

Iris invece è bella, colta, nata e cresciuta in un paese sperduto tra le montagne dove la parola Fascismo neanche si era mai sentita. La sua vivacità e fede nel futuro la porterà a Forlì (“il cittadone”), dove inizierà un lungo e travagliato percorso politico e sentimentale. Dopo un iniziale importante condizionamento affettivo, tutte le scelte che farà successivamente saranno autonome, da donna libera (“sei intelligente, e l’intelligenza è la madre di qualunque destino” le dirà la madre), ma alla fine si renderà conto che quando si arriva agli estremi anche la paura e il dolore possono essere una forma di amore.

Raramente si leggono opere così composite, ricche di spunti e al contempo perfette. Il libro è un susseguirsi di eventi in cui ci trascina, con animo fiducioso, la fluida e lieve penna della Verna. La divisione in sei parti del libro segna le cesure tra le vicende e i diversi periodi (non veri flashback ma narrazioni delle due ragazze): dalla romantica pittura dell’ambiente contadino e montano della provincia romagnola, alla durezza della guerra d’Africa durante l’attentato a Graziani; dal nascere della Repubblica di Salò e delle brigate partigiane, agli attentati e alle rappresaglie; dall’indefessa resistenza tedesca ai bombardamenti devastanti degli alleati. E ogni volta i personaggi assurgono a protagonisti assoluti – con la perfetta definizione del carattere e del loro vissuto – in un caleidoscopico mosaico le cui tessere formano un disegno armonico.  Per questo una sintesi del libro è necessariamente riduttiva. Ogni lettore, in base alla propria sensibilità e al proprio vissuto, trarrà da questa opera sensazioni e interpretazioni diverse e, probabilmente, in contrasto tra di loro.

Come si diceva, la descrizione delle usanze, delle superstizioni e delle tradizioni popolari della Romagna è coinvolgente e commovente, ed evoca nel lettore quella serenità dei mondi contadini ormai dimenticata. E l’uso a tratti del dialetto fluido e comprensibile rende questa immersione ancora più profonda.

La trama è ricca, complessa, assolutamente non banale e il colpo di teatro finale rimette a posto anche i più piccoli dettagli che potrebbero sembrare fuori posto.

L’autrice omaggia la sua terra, facendo muovere i personaggi nella provincia di Forlì e utilizzando nella trama fatti e vicende realmente accadute. Non prende partito, non si esprime in difesa o in condanna delle vicende storiche raccontate. Semplicemente le utilizza.

Molte sono, di conseguenza, le violenze che la popolazione o i personaggi subiscono. Ma la penna della Verna è lieve e anche là dove potrebbe indulgere con cinismo in descrizioni macabre o truculente preferisce volare leggera, sorvolare sui particolari, distogliendo l’attenzione del lettore dal dettaglio sanguinolento.  

Un libro da non perdere, la cui lettura lascia un segno e i cui personaggi potrebbero trasformarsi in archetipi letterari. E’ un piacere sapere che questo libro, seconda esperienza della Verna, pur non essendo entrato nei finalisti della Strega, ha comunque ottenuto un importante riconoscimento vincendo il premio dell’Unione Europea 2025 per la letteratura.


SCELTI PER TE

Il tappeto di Baku, di Antonio Lozzi, Armando editore, 651 pagine, pubblicato nel 2026.

Il petrolio: evoluzione e distruzione del nostro pianeta; vita e morte del genere umano!

Nell’immaginario collettivo il petrolio è una risorsa che gli uomini hanno imparato a estrarre e a sfruttare da più di 200 anni e che ci consente di vivere negli agi mai provati dalle generazioni passate. Solo in presenza di crisi energetiche, come in questo periodo, ci poniamo il problema di quanta e quanto totale sia la nostra dipendenza da esso.

Partendo da questa premessa Lozzi, con questo libro, ci offre una visione diametralmente opposta, spalancandoci le porte di un mondo in cui il petrolio era ed è ritenuto una manifestazione del divino e come tale venerato. Antichissime popolazioni dell’Asia centrale erigevano templi intorno al fuoco perenne che bruciava nelle pozze di olio nero che emergevano spontaneamente nel loro territorio. Religioni monoteiste che ancora sopravvivono, di cui la zoroastriana è tra le più diffuse.

Lozzi, grande conoscitore per lavoro del petrolio e di quelle zone, crea una sorta di Indiana Jones, il professore di geologia Viktor Suleymanov che insegna all’università del petrolio di Baku. Il nostro eroe – sensibile al credo zoroastriano – cerca di trovare una sintesi tra scienza e religione e di osteggiare l’uso eccessivo del petrolio esaltandone da un lato la sacralità e dall’altro prospettandone l’esaurimento.

Partendo dalla vicenda di due attentati realmente accaduti nel 2009 a Baku racconta, con belle descrizioni, il lungo cammino del professore alla ricerca della verità nell’Azerbaijan, nell’Armenia, nel Nagorno Karabakh; l’incontro con gli abitanti della città rupestre di Khndzoresk – villaggio multietnico e multiconfessionale dove le donne creano tappeti con antiche simbologie religiose per arredare le grotte in cui abitano -; l’attraversamento del Kazakhistan dopo aver raggiunto la riva opposta del mar Caspio.

Un opera prima, originale, suggestiva, istruttiva e piacevole da leggere. La scrittura di Lozzi, seppur dettagliata nei dialoghi, scorre gradevole e piana. Qualche pagina in meno avrebbe forse aggiunto, e non tolto, valore al libro.

Partenze, di Julian Barnes, Einaudi, 184 pagine, pubblicato nel 2026.

Cosa dire ancora sulla immensa bravura di Julian Barnes? La profondità dei temi trattati, la perfezione stilistica, la ricchezza culturale, la varietà degli argomenti e le diverse forme stilistiche che caratterizzano i suoi romanzi parlano già da sole senza bisogno di aggiungere parole.

In questa ultima opera, ultima non solo in senso cronologico, l’autore saluta i lettori che lo hanno accompagnato per tanti anni e che rappresentano per lui un vero solido amore. E’ gravemente ammalato e in questo “zibaldone” (non lo definirei romanzo) parla anche della sua malattia ma con distacco e freddezza, sapendo bene che non morirà di lei ma con lei.

Il libro inizia con un’interessantissima dissertazione sulla I AM ( Involuntary Autobiographical Memories). “I AM = io sono. Il che è pertinente. Si dice che la memoria coincida con l’identità” messa in contrapposizione con la memoria volontaria, quella dell’intelligenza.

Segue la storia d’amore di due suoi carissimi amici che lui ha fatto conoscere a Oxford negli anni dell’università e che fa tornare insieme dopo 40 anni. ”Redivivi” li definisce. Lui artefice, consigliere e memoria storica della coppia ne vivrà l’abbandono provando il loro stesso rammarico.

Una serie di considerazioni sulla morte, sulla malattia e sulle cure – argomenti trattati con mano lieve e ironica – accompagna sino alla fine quando subentra un discorso diretto con il lettore.

Tutti questi argomenti sono legati da sottili fil rouge che percorrono tutto il libro: il suo spiccato humor inglese; un generale autocompiacimento; un costante raccontare sé stesso come se fosse sdraiato sul lettino dello psicanalista. Anche i temi hanno un legame. Per quanto possano sembrare argomenti personali Barnes con abilità e maestria riesce a trasformarli in temi universali.


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