VIS-A-VIS CON SALVATORE LIZZIO

di Chiara Montenero


Da quindici anni nel cinema italiano indipendente, Salvatore Lizzio ha fatto della produzione un mestiere di scelte coraggiose: storie che parlano di marginalità, identità, disabilità e diritti umani, portate nei festival più importanti del mondo. Tra i suoi titoli, Body Odyssey — premiato a Sitges e in concorso a Tallinn, Austin e Chicago — e A Man Fell, presentato alle Giornate degli Autori.

Lo abbiamo incontrato per parlare del suo percorso, delle difficoltà del produrre cinema d’autore in Italia e dei suoi progetti futuri.

Come nasce la tua vocazione alla produzione cinematografica e cosa ti ha spinto a fondare Revok?

Credo che la vocazione alla produzione sia sempre stata dentro di me e abbia accompagnato naturalmente il mio percorso da regista. I primi cortometraggi che ho realizzato, circa venticinque anni fa, nascevano dall’entusiasmo e dalla passione condivisa con un gruppo di amici cineasti. In quel contesto, il mio ruolo era spesso quello di trovare le risorse necessarie per trasformare le idee in film: bussavo a tutte le porte possibili, chiedendo sostegno a genitori, amici, parenti, commercianti e chiunque fosse disposto a credere nel nostro progetto. Grazie a quelle piccole donazioni riuscimmo a realizzare cortometraggi che poi hanno viaggiato in importanti festival internazionali. Revok è nata molti anni dopo dall’incontro di quattro amici accomunati dalla stessa visione e dalla stessa ambizione. Eravamo stanchi di lavorare all’interno di strutture produttive che spesso limitavano la possibilità di crescere, sperimentare ed esprimerci liberamente. Così abbiamo deciso di creare una realtà indipendente che mettesse al centro la qualità dei contenuti, la libertà creativa e il coraggio di raccontare storie capaci di lasciare un segno.

La tua carriera abbraccia ruoli molto diversi — attore, sceneggiatore, produttore. In quale momento hai capito che la produzione era il tuo vero posto nel cinema?

In realtà non c’è stato un momento preciso, perché tutti questi ruoli hanno fatto parte di un unico percorso. Ho studiato recitazione perché credo che un regista debba conoscere profondamente il lavoro dell’attore per poterlo dirigere al meglio. La scrittura, invece, è una passione che mi accompagna fin da bambino: nonostante avessi una formazione tecnica come perito elettronico, la materia che amavo di più era l’italiano. Mi piaceva scrivere temi, raccontare storie e immaginare mondi. Successivamente, gli studi in Lettere e Filosofia hanno ampliato il mio sguardo e mi hanno spinto a sviluppare i primi progetti cinematografici. Guardando indietro, credo che la vocazione alla produzione fosse già presente nei miei primi lavori. Mentre gli altri si concentravano sugli aspetti artistici, io mi occupavo di trovare le risorse necessarie per realizzare i film. Era un’attitudine naturale, anche se allora non ne ero pienamente consapevole. La vera svolta è arrivata durante il periodo trascorso a New York, alla Tisch School of the Arts, dove ho avuto l’opportunità di approfondire gli studi in produzione cinematografica. Lì ho capito che il produttore non è soltanto colui che trova i finanziamenti, ma la figura che rende possibile un’opera, accompagnandola dalla nascita dell’idea fino all’incontro con il pubblico. È stato in quel momento che ho compreso come la produzione rappresentasse il punto d’incontro perfetto tra la mia visione creativa, le mie capacità organizzative e il desiderio di costruire opportunità per i progetti e per le persone che vi lavorano.

Il cinema che produci ha spesso al centro temi scomodi: marginalità, identità, disabilità, diritti umani. È una scelta estetica, politica o entrambe le cose?

Credo che siano entrambe le cose, anche se preferisco parlare di una scelta etica prima ancora che politica. Ho sempre pensato che il cinema non debba limitarsi a intrattenere, ma possa essere uno strumento capace di generare consapevolezza, empatia e dialogo. Per questo sono attratto da storie che mettono al centro persone, comunità e realtà che spesso rimangono ai margini del racconto dominante. Dal punto di vista estetico, questi temi offrono una straordinaria complessità umana e narrativa. Sono storie che sfuggono agli stereotipi e che permettono di esplorare la realtà nelle sue sfumature più profonde. Dal punto di vista civile, invece, credo che chi fa cinema abbia anche una responsabilità: quella di contribuire a una rappresentazione più inclusiva e autentica della società. Non mi interessa fare cinema militante o ideologico. Mi interessa raccontare storie che pongano domande, che invitino lo spettatore a mettersi nei panni dell’altro e a guardare il mondo da prospettive diverse. Se un film riesce a emozionare e, allo stesso tempo, a lasciare una riflessione che continua oltre la visione, allora credo abbia assolto pienamente alla sua funzione.

Come decidi se un progetto merita di essere raccontato?

La prima cosa che cerco non è l’idea in sé, ma la necessità che la genera. Mi interessa capire se quel progetto nasce da un’urgenza autentica, se c’è una storia che non potrebbe essere raccontata in altro modo o da qualcun altro con la stessa verità. Poi valuto la forza del punto di vista. Non basta un buon soggetto: è fondamentale che ci sia uno sguardo preciso, riconoscibile, capace di trasformare la storia in un’esperienza cinematografica. È lì che si capisce se un progetto ha un’identità forte o se è semplicemente un’idea tra le tante. Infine, c’è una componente più istintiva. Quando un progetto mi resta addosso, quando continuo a pensarci anche dopo averlo letto o ascoltato, allora capisco che vale la pena investirci tempo, energie e visione. In fondo, produrre significa anche scegliere cosa merita di esistere nel mondo.

Body Odyssey ha vinto il Best Director al Sitges ed è stato selezionato in festival importanti come Tallinn e Austin. Cosa rappresenta quel film per te come produttore? C’era consapevolezza, già in fase di sviluppo, del potenziale di quel progetto?

Body Odyssey è un’opera prima estremamente audace, quasi visionaria, e produrla in un contesto come quello italiano è stata una sfida importante. Fin dall’inizio, insieme ai miei soci, abbiamo percepito il potenziale del progetto: il soggetto aveva già ottenuto il Premio Solinas qualche anno prima, e questo ci ha spinti a dire “proviamoci”, consapevoli della difficoltà dell’impresa ma anche della sua unicità. È stato un percorso lungo e complesso, durato circa cinque anni, segnato da blocchi produttivi e da difficoltà significative, soprattutto legate al periodo del Covid, che ha comportato anche perdite economiche e rallentamenti importanti. Nonostante tutto, non abbiamo mai perso di vista l’obiettivo. Per me Body Odyssey rappresenta proprio questo: la dimostrazione che alcuni progetti, anche quando sembrano quasi impossibili da realizzare, meritano ostinazione, visione e resilienza. Il risultato finale, e il riconoscimento nei festival internazionali, hanno ripagato in parte quella complessità, ma soprattutto hanno confermato la forza iniziale dell’intuizione.

Produrre cinema indipendente in Italia significa spesso fare i conti con risorse limitate e un sistema di finanziamento complesso. Qual è la tua strategia per tenere in piedi progetti ambiziosi?

Non esiste una sola strategia, ma un insieme di percorsi che cambiano a seconda della natura del progetto. Alcuni film hanno bisogno di tempi lunghi di sviluppo: in questi casi cerchiamo di costruire un percorso solido di finanziamenti pubblici, regionali e statali, che pur con i tempi spesso molto lunghi, permettono di dare struttura e continuità al lavoro. Parallelamente partecipiamo a pitch e mercati internazionali nei festival, che rappresentano un’occasione fondamentale per attivare coproduzioni estere e trovare ulteriori risorse. Accanto a questi progetti più “strutturati”, ce ne sono altri che nascono da un’urgenza immediata, e che non possono attendere i tempi classici della produzione. È il caso, ad esempio, del documentario A Man Fell, selezionato nel 2024 alle Giornate degli Autori e girato interamente nell’ex ospedale Gaza a Beirut, all’interno di una delle più grandi comunità di rifugiati palestinesi, oppure di Homo Sive Natura, che sarà in concorso al Festival di Karlovy Vary, ambientato nella giungla cambogiana tra una comunità indigena che lotta per difendere le proprie terre da interessi economici esterni.

Questi progetti non possono aspettare: vanno raccontati nel momento in cui accadono, prima che sia troppo tardi. Per questo sono stati realizzati interamente con risorse personali mie e del regista Giovanni C. Lorusso, con cui condivido da anni un percorso umano e creativo iniziato ai tempi dell’università. Ritrovarci oggi, dopo tanti anni e molti percorsi diversi nel mondo, a lavorare insieme su storie così necessarie va oltre il semplice fare cinema: è un modo di restituire voce a realtà che altrimenti rischierebbero di restare invisibili.

La tua produzione alterna lungometraggi, documentari e cortometraggi. Questi tre formati richiedono approcci molto diversi: qual è il più difficile da produrre e perché?

Sicuramente i lungometraggi sono i più complessi da produrre, perché richiedono maggiori risorse economiche, una struttura produttiva più articolata e tempi di lavorazione decisamente più lunghi. È un tipo di progetto in cui ogni fase, dallo sviluppo alla distribuzione, implica un livello di pianificazione e di responsabilità molto alto. I cortometraggi, invece, li considero spesso progetti legati alla passione e alla sperimentazione. Sono anche uno strumento utile per lavorare con registi emergenti e testare linguaggi e visioni che poi, in molti casi, possono evolvere in un lungometraggio. Dal punto di vista produttivo, però, raramente rappresentano un ritorno economico: sono investimenti che si fanno più sulla crescita artistica che sulla sostenibilità.                     I documentari, infine, si collocano in una via intermedia, con dinamiche produttive molto variabili a seconda del progetto e del contesto. In generale, però, ogni formato ha una sua complessità specifica: la difficoltà non è tanto nel tipo di opera, quanto nel riuscire a darle le condizioni giuste per esistere e arrivare al pubblico.

Hai realizzato dei progetti che vedono come protagonisti attori disabili, puoi raccontarci di più?

Da circa sei anni collaboro con la Poti Pictures Academy, una realtà nata con l’obiettivo di dare voce a persone che spesso non ne hanno. Ogni anno selezioniamo otto partecipanti con disabilità cognitiva e offriamo loro un percorso di formazione gratuito finalizzato alla recitazione, ma il lavoro va ben oltre l’aspetto artistico. Si tratta di un progetto costruito in modo multidisciplinare, che coinvolge psicologi, logopedisti, registi e sceneggiatori. Durante i nove mesi di percorso lavoriamo intensamente con ogni singolo partecipante, costruendo le basi non solo per la performance, ma per una reale possibilità espressiva e relazionale. Alla fine del percorso realizziamo un cortometraggio scritto su misura per loro, nato proprio dalle loro caratteristiche, dai loro tempi e dalle loro storie. L’ultimo progetto, Gerry, è ispirato alla storia vera di Angelo, un ragazzo autistico con una grande passione per i Lego e per le animazioni in stop motion. Il film è stato selezionato al Taormina Film Festival, confermando il valore artistico e umano di questo tipo di esperienza. Per me questo lavoro rappresenta uno degli aspetti più significativi della produzione: non solo raccontare storie, ma creare le condizioni perché alcune persone possano finalmente essere parte attiva del racconto.

Il cinema italiano fatica a trovare spazio internazionale rispetto ad altre cinematografie europee. Secondo te, cosa manca — coraggio creativo, distribuzione, risorse, o qualcos’altro?

Credo che non ci sia una sola risposta, ma una somma di fattori che si influenzano a vicenda. Sicuramente la distribuzione internazionale è uno dei nodi principali: spesso i film italiani fanno fatica a costruire percorsi solidi fuori dal proprio territorio, e questo limita la loro continuità nel mercato globale. C’è poi un tema legato alle risorse e alla struttura produttiva. In molti casi i progetti vengono sviluppati con tempi e modalità che non sempre sono competitivi a livello internazionale, dove le coproduzioni e le strategie di mercato sono pensate fin dall’inizio in ottica globale. Ma penso che il punto più interessante riguardi anche il coraggio creativo e la capacità di rischio. Il cinema che riesce a viaggiare è spesso quello che ha un’identità forte, riconoscibile, e che non ha paura di essere radicale nelle proprie scelte narrative e stilistiche. In Italia abbiamo autori straordinari, ma a volte manca un sistema che li accompagni davvero nel costruire percorsi internazionali strutturati. Alla fine, più che un singolo problema, è un ecosistema che dovrebbe dialogare meglio: produzione, finanziamento, distribuzione e visione artistica dovrebbero lavorare in modo più integrato fin dall’inizio del progetto.

Su quale progetto stai lavorando adesso e cosa ti auguri che il pubblico porti con sé dopo averlo visto?

In questo momento stiamo sviluppando un progetto molto ambizioso che sarà girato interamente all’isola della Réunion, in Africa, durante la stagione dei cicloni. Al centro della storia c’è una coppia di anziani, e il film esplora il loro legame all’interno di un contesto naturale e umano estremo, dove la forza degli elementi diventa parte integrante del racconto. Il progetto è stato selezionato all’interno del programma di sviluppo del Festival di Locarno, che si terrà ad agosto, un riconoscimento importante che ci permette di lavorare con maggiore profondità sulla sua costruzione. Più che un messaggio preciso, mi auguro che il pubblico porti con sé una sensazione: quella di aver attraversato un’esperienza emotiva intensa, intima e universale allo stesso tempo. Vorrei che rimanesse la percezione della fragilità e della forza delle relazioni umane, soprattutto quando vengono messe alla prova in condizioni estreme, dove ciò che conta davvero emerge con più chiarezza.

Quale è la prima cosa che fai quando ti svegli e quale l’ultima prima di andare a dormire?

Appena mi sveglio mi piace iniziare la giornata con la musica, quasi sempre classica. Spesso parto da Chopin, che mi aiuta a entrare con calma in una dimensione più interiore, e poi passo a Vivaldi, che invece mi dà l’energia giusta per affrontare la giornata. La sera, invece, prima di addormentarmi, cerco sempre di ritagliarmi qualche minuto di lettura. È un modo per staccare, per uscire dal ritmo del lavoro e rientrare in una dimensione più lenta e personale. Leggere qualche pagina di un libro è ormai un’abitudine che considero indispensabile per chiudere la giornata.

https://mubi.com/it/cast/salvatore-lizzio


mail: chiaramontenero@womenlife.it