FERNANDA PIVANO:UNA GRANDE CERCATRICE D’ORO


di Antonella Reda e Susanna Rotunno
“L’esploratrice” Fernanda Pivano è stata una figura importantissima nella scena italiana dagli anni 50 ad oggi. Con umiltà e dedizione esemplare ha continuato a raccontarci la poesia e la bellezza della vita, la miseria e la grandezza di ogni essere umano, alla ricerca di talenti e di nuove frontiere.
Classe 1917, genovese di nascita e torinese d’adozione. Come segno del destino un professore del liceo: Cesare Pavese che poi sarà il suo mentore per la prima traduzione importante: l’antologia di Spoon River di Edgard Lee Masters, pubblicata da Einaudi nel 1943. In mezzo, una laurea in letteratura americana e una tesi su Moby Dyck. Tutti segnali di una vita dedicata all’America, quella migliore. E ancora nel ’43 una laurea in filosofia con Nicola Abbagnano di cui sarà per anni assistente. Da allora Pivano, per tutti Nanda, intraprende il mestiere di esploratrice, traducendo Faulkner, Francis Scott Fitzgerald, Gertrude Stein. Traduce e conosce Hemingway con cui nascerà una profonda amicizia umana e letteraria. Nel ’49 si sposa con Ettore Sottsass, architetto e designer, una relazione assoluta ma complessa, poi i viaggi. La prima volta in America nel 1956, dove scopre la Beat Generation con i suoi poeti e narratori che arrivano in Italia grazie a lei: Barrow, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti e poi Kerouac: non c’è manoscritto americano che non passi dalle sue mani prima di finire nei nostri scaffali. Ma anche più tardi la sua esplorazione non si interrompe: Erica Jong, Berenson Helly, i Minimalisti come Carver e Sol Lewit, con puntate entusiasmanti nella poesia e nella canzone.
I premi non si contano. I riconoscimenti piovono da ogni parte ma Nanda non è tipo da farsi costruire monumenti in vita, se lo costruisce da sola. Parla poco di sé mettendosi al centro del discorso come necessaria coprotagonista per rievocare gli altri. Nel 2001 esce “A Farewell to beat”, un documentario in cui torna sui luoghi sacri della sua America, in quel paese di matti visionari, di poeti e geni, di cui era parte e ne respirava l’aria. In tanti anni, ben 92!, è passata, dai cantori della grande depressione, agli Hippy, dalle mattane alcoliche di Hemingway alla cultura beat, fino a battersi per portare in Italia lo sperimentale il Living Theatre. Un’altra italiana insieme a Colombo a farci scoprire l’America.

L’INCONTRO CON HEMINGWAY
“Ho avuto la fortuna di conoscerlo bene. Quando non era ubriaco era straordinario”. La Pivano ricorda di aver passato con Ernest un mese a Cuba e uno a Cortina, sempre seduta con lui a un tavolo a lavorare dalle 5 alle 11 del mattino. Lo descrive lucido come una spada, non verbalizzabile la sua acutezza, il modo come percepiva le cose e ne parlava. Qualche tempo dopo quell’incontro le arriva un telegramma: “Vieni immediatamente a Venezia” e all’alba Fernanda si precipita da lui e lo trova seduto nella Hall. Alla domanda” perché mi hai fatto venire a precipizio così?” Ernest risponde: “perché volevo che tu leggessi il mio libro”. Ma quel libro non entusiasmò la Pivano e nel suo racconto è chiaro il disappunto di Hemingway che tornò nella sua stanza senza dire una parola. In quel silenzio fatto di sguardi, Nanda capì che doveva andare via. L’incantesimo era finito.

CONVERSANDO CON KEROUAK
Grazie agli archivi della Rai sono conservate nelle Teche preziose ed uniche interviste tra cui quella, faticosa, realizzata con il poeta Kerouac, in evidente “fuori controllo” e molto su di giri per qualche bevuta di troppo. È il 1966, una giovanissima Pivano tiene testa a Kerouac anche perché conosceva non solo le sue opere ma anche le sue abitudini. Per nulla conformista, non è impressionata neanche dall’eccessivo gesticolare del poeta, ma piuttosto dai suoi occhi splendidamente blu, così tanto da sembrare truccati. Alla domanda della giornalista, quasi materna: “ma perché sei cosi disperato, che cosa vuoi, cosa vorresti?” la risposta è “Che Dio mi mostri il suo volto” … in realtà la risposta ingenua e fragile esprimeva tutta la sua straordinaria poesia. E riguardo il suo romanzo “Sulla Strada”, il libro che gli ha dato la fama e che ha indicato ai giovani del secondo dopoguerra un nuovo modo di pensare e di essere, Kerouac lo definisce con un semplice “non è male”

LE PAROLE E LA MUSICA
La vecchiaia per Fernanda Pivano non significa resa. C’è ancora nuova scrittura da far conoscere e per cui litigare con gli editori, nuove frontiere di poesia popolare da rivendicare contro i ghetti della cultura accademica. Sono figli suoi i poeti della canzone, cresciuti tra le grandi pagine americane, in cui Cesare Pavese l’aveva catapultata appena diciassettenne, poeti cresciuti con l’utopia libertaria e pacifista della beat generation. In un’intervista rilasciata a Rai3 di Teresa Marchesi, Pivano e Vasco Rossi si abbracciano e condividono il segno della pace e della libertà. “…la cultura italiana, la nostra cultura degli anni ’70 è stata quella che ci ha fatto conoscere Ginsberg con “Urlo”: le menti migliori della mia generazione bruciate dalla follia” cita a memoria Vasco e a proposito della Nanda il cantautore definisce più che rock, oltre! e Lei stessa a 80 anni per i giovani diventò una specie di rock star, una visionaria che li aveva aiutati a vivere. Il figlio più caro di tutti, il più amato si chiama Fabrizio de André. Nel 1970 Fabrizio era stato folgorato dai versi dell’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, gli stessi che, nel’43, avevano folgorato la giovanissima Pivano.Con il suo album De André riesce a rinnovare il miracolo, versi cantati, ancora così scomodi e ancora nuove censure. I libri li puoi bruciare ma come imbavagli giradischi e chitarra? Fernanda Pivano per de André è un personaggio incredibile, quella ragazza contestatrice, a suo modo anarchica, le sue raffinate e profonde traduzioni hanno ispirato il mio album dedicato a Lee Masters “Non al danaro non all’amore né al cielo”.

GRAZIE FERNANDA
L’America tradotta, scoperta e trasmessa all’Italia era molto di più di una cultura, è stata una promessa di vita. Ma l’America stessa dimentica. Dimentica pezzi di storia, divora i propri miti sostituendoli con nuove mode da proporre al mercato. Così Pivano si assume un’altra missione e fa da ponte lei tra i nuovi e i vecchi scrittori di oltre oceano, con il suo amore per le cose che tengono uniti e formano pensieri. Cosi sono i contemporanei Bret Easton, MacInery, Erica Yong a riscoprire le loro origini. Grazie a lei e anche grazie alle sue traduzioni che erano qualcosa di più, erano fatte insieme, sentite insieme. Un ponte tra due letterature. “Grazie Fernanda grazie per quella tua fame che ci ha sfamato” scrivevano di lei nelle pagine delle più accreditate testate giornalistiche. E aggiungiamo noi, grazie per l’umiltà con cui confessava: “se ho sbagliato perdonatemi. I sogni sono quasi sempre sbagliati, mi dicono”


