IL CASO 137

di Alessandra Mattirolo
Siamo a Parigi nel novembre del 2018. Sulle strade infuria la protesta dei gilet jaunes. I manifestanti sono tantissimi, la rabbia è tangibile. Le strade diventano veri e propri campi di battaglia, tra barricate, fumogeni e poliziotti in tenuta antisommossa. I gilet jaunes arrivano da ogni angolo della Francia: in treno, in autobus, in macchina. Dalla provincia giunge in città anche la famiglia Girard — madre, figlia, figlio e fidanzato della figlia. La loro solidarietà al movimento è sincera, ma non nascondono nemmeno un certo entusiasmo turistico nel vedere per la prima volta da vicino la Tour Eiffel.
Ma è proprio su di loro che si abbatte la violenza della polizia antisommossa. Il giovane Guillaume Girard viene colpito alla testa da un proiettile di gomma. La ferita è gravissima e il ragazzo rischia un’invalidità permanente.
Il caso 137 parte da qui, dal numero del dossier che, insieme ad altre centinaia di faldoni, occupa l’ufficio di Stéphanie Bertrand (Léa Drucker), la poliziotta incaricata dell’ingrato compito di indagare sulla condotta dei suoi colleghi. Chi ha sparato a Guillaume ad altezza uomo? E perché proprio lui, che non stava attaccando nessuno, che non era un violento, che stava semplicemente tornando a casa?
La storia si ispira a fatti reali e Dominik Moll li affronta nella maniera più fredda e realistica possibile. Non ci sono esplosioni emotive né spettacolarizzazione della violenza. Alle immagini del film si alternano quelle vere delle manifestazioni, ma sempre con la freddezza della cronaca, senza indulgere nella retorica.
Stéphanie cerca la verità con scrupolo e dedizione. La sua indagine procede tra scartoffie, email, richieste di materiale e osservazioni ossessive dei filmati, analizzati in ogni minimo dettaglio. Ma capisce presto che il suo lavoro rischia di finire nel nulla. La polizia non può andare davvero contro sé stessa. Fino a che punto uno Stato è disposto a mettere in discussione uno dei suoi apparati più rappresentativi?
Ed è impossibile non pensare ai tanti casi di cronaca recente: a Renée Good uccisa dagli agenti dell’ICE a Minneapolis, George Floyd negli Stati Uniti oppure, in Italia, alle ferite ancora aperte della Diaz durante il G8 di Genova. Nel film, come nella realtà, il problema non è soltanto l’atto violento in sé, ma la difficoltà di ottenere una piena assunzione di responsabilità.
L’interpretazione di Léa Drucker è straordinaria, tanto da averle fatto vincere il César come migliore attrice. Struccata, quasi sempre lontana dalla divisa, la sua Stéphanie appare asciutta, controllata, apparentemente fredda, ma attraversata da una profonda umanità. Una prova difficile e magnificamente riuscita.
Dominik Moll, figlio di madre francese e padre tedesco, si era già fatto notare a Cannes con Harry, un amico vero e successivamente con La notte del 12. Con Il caso 137 costruisce un film politico e morale insieme, capace di interrogarsi non soltanto sulla violenza della polizia ma anche sulla fragilità delle istituzioni democratiche.
Alla fine emerge il ritratto di una democrazia nervosa, dove la gestione dell’ordine pubblico sembra contare più della fiducia dei cittadini. Un film asciutto e inquietante che, attraverso un fatto di cronaca, riflette sul potere, sulla paura e sulla difficoltà di ottenere giustizia.

