SALINAS E HIKMET

di Andrea Simi
Due poesie d’amore, di due poeti nati, a pochi anni di distanza, tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900, ai due estremi del vecchio continente: lo spagnolo Pedro Salinas e il turco Nazim Hikmet.
Salinas è poeta colto: professore di letteratura spagnola, ha insegnato oltre che in patria, alla Sorbona, a Cambridge e negli Stati Uniti, dove si trovava allo scoppio della guerra civile e dove è rimasto – senza mai rientrare in Spagna – dal 1935 fino alla sua morte, nel 1951. Gli anni dal 1930 fino alla partenza per l’America furono per Salinas il periodo di attività poetica più fecondo, segnato dalla breve relazione sentimentale con Katherine Reding, la sua musa, il cui amore lo accompagnerà nostalgicamente per tutta la vita.
“La forma tua di amare” appartiene a “La voz a ti debida”, una raccolta del 1933. Si tratta di una poesia velata di narcisismo, scritta volutamente in forma fin troppo piana per far maggiormente risaltare la complessità del sentimento che la ispira.
Hikmet, turco di famiglia ma nato a Salonicco è un personaggio molto diverso: fervente comunista, ha vissuto a lungo a Mosca in gioventù; tornato in patria è stato imprigionato due volte e in carcere ha trascorso molti anni, facendo anche uno sciopero della fame che aggravò la sua già malferma salute fisica. Anche dopo la sua liberazione venne variamente perseguitato dalle autorità turche finchè – ottenuta la cittadinanza polacca – si stabilì a Mosca, dove morì nel 1963. Ebbe una vita sentimentale turbolenta, con quattro matrimoni.
La poesia di Hikmet è incentrata certamente su temi politici e sociali, ma soprattutto – come quella del contemporaneo Salinas – sull’amore. “I tuoi occhi “, che risale agli ultimi anni della detenzione in carcere, qui nella traduzione di Joyce Lussu, è una delle sue liriche più celebri.
La forma tua di amare
La forma tua di amare
è lasciare che io ti ami.
Il sì con cui ti arrendi
a me è il silenzio. I tuoi baci
sono offrirmi le labbra
perché le baci io.
Mai parole, abbracci
mi diranno che esistevi,
che mi hai amato. Mai.
Me lo dicono oggi fogli bianchi,
mappe, presagi, telefoni;
tu, no.
E sto abbracciato a te
senza chiederti, per paura
che non sia vero
che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
senza guardare e senza toccarti.
Non sia mai che scopra,
con domande, con carezze,
questa solitudine immensa
di amarti solo io.
I tuoi occhi
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscano un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.
mail: andreasimi@womenlife.it

