PAZZI PER PAZZA

di Pino Ammendola


Prima di cominciare i miei consueti ‘arzigogoli’, mi corre l’obbligo di scusarmi con quella schiera di lettori, talmente amanti del teatro, che hanno la bontà di seguire con assiduità la mia rubrica, per avere disertato così a lungo le pagine di questa rivista. La mia assenza è dovuta a giustificati motivi: in questi mesi non ho avuto la ventura di assistere a spettacoli che incontrassero il mio gusto. Come ho già avuto modo di spiegare in un precedente articolo, da attore e regista, ritengo il ‘facile’ esercizio della critica negativa o addirittura della stroncatura un vero e proprio delitto culturale, da tempo quindi, con la speranza di far crescere la compagine coraggiosa di quanti vanno a teatro, mi limito a segnalarvi solo le piece che davvero mi hanno colpito profondamente. Eccomi perciò a parlarvi di un bellissimo spettacolo, che in questi nostri bui tempi di riflusso, risulta di straordinaria attualità: “Pazza”. La regia è di Fabrizio Coniglio che ha ridotto il noto testo teatrale di Tom Topor, scritto alla fine degli anni ’70 per Broadway e diventato poi un film di grande successo con Barbara Streisand e Richard Dreyfuss nei panni dei protagonisti.     

Claudia è una giovane escort d’alto bordo accusata dell’omicidio di un cliente, per salvare lei e in qualche modo ‘difendersi’ dallo scandalo, la sua ricca famiglia borghese fa di tutto per farla dichiarare incapace di intendere e di volere,  sostanzialmente…  ‘pazza’. Claudia però non è disposta a rinunciare alla propria integrità e al suo diritto a difendersi, nemmeno se questo può farle rischiare una gravissima condanna. Uno scalcinato avvocato d’ufficio, designato dal tribunale, è l’unico che riesce a conquistare la sua fiducia e la difende in maniera magistrale anche se apparentemente maldestra. Grazie a lui, la donna potrà dimostrare tutta la sua lucida logica e riuscire a difendersi dall’accusa d’omicidio. Svelando, al contempo, attraverso un racconto doloroso quanto caustico, la vera causa della sua scandalosa scelta di vita, le ‘attenzioni’ subite dal padre durante l’adolescenza, con il silenzio complice della madre. Il testo affronta il tema importante della violenza sulle donne, oggi più che mai attuale e lo fa evidenziando un aspetto molto sottile della condizione femminile, la difficoltà di essere comprese e accettate per ciò che si è veramente. Invitandoci, tutti, a riflettere sulla necessità di contrastare ogni forma di abuso e discriminazione, rendendo questo spettacolo in qualche modo ‘necessario’.

Vanessa Gravina, nei panni della giovane escort, riesce a trasferire alla sua ‘Pazza’  tutto il fascino e la bellezza vagamente adolescenziale che la contraddistinguono e in alcuni momenti di ‘dimenticanza’ anche un brivido di torbida sensualità, che quasi disagia lo spettatore, ma restituisce al personaggio tutta la sua ambiguità. Insomma una interpretazione che di sicuro evidenzia una raggiunta maturità artistica, ben più ricca e variegata dei semplici ‘esercizi di stile’ in cui i ruoli televisivi spesso la costringono. I composti, educati, quanto signorilmente amareggiati genitori di Gloria Sapio e Maurizio Zacchigna, raccontano efficacemente l’ipocrisia borghese, Massimo Rigo incarna perfettamente un giudice in bilico tra noia ed esigenza di risolvere il caso, mentre il regista Fabrizio Coniglio si addossa il difficile ruolo dello psicanalista che sostiene la tesi della pazzia della ragazza, dipingendo il villain destinato alla sconfitta e all’antipatia degli spettatori. Un discorso a parte merita Nicola Rignanese, il protagonista maschile, che è la vera ragione della nostra ‘pazzia’ per questo spettacolo (mi si perdoni il facile calembour abusato anche nel titolo). Entra in scena con l’orecchio incollato a un telefonino, una telefonata alla moglie, evidentemente non presente nel testo originario e con poche frasi sconnesse e qualche battuta smozzicata, porta sul palco un senso di verità che quasi ti fa sentire l’odore di cucinato di casa sua, la sua andatura sgraziata, l’abito sgualcito te lo fanno immaginare sudato e affannato. Il pubblico è subito suo e immediatamente parteggia per questo ‘avvocaticchio’ malandato, che supererà la diffidenza dell’imputata e riuscirà a dare scacco alla corte, restituendo alla giovane protagonista la sua dignità e forse anche la libertà. Quando poi, con la furia della ragione, caricando il pubblico a testa bassa, ‘inchioda’ dialetticamente il suo antagonista, capiamo di trovarci di fronte a un vero ‘mattatore’, un interprete che, come dice Eduardo, si fa ‘artigiano del vero’ e riesce a restituirci tutta la forza della finzione, che si trasforma in verità assoluta. Magicamente quelle pareti di compensato diventano il sacro scranno del giudice e quelle quattro cantinelle in croce le pesanti sbarre della prigione, dimostrando, ancora una volta, quanto autentica sia la bugia che ogni sera ci racconta il teatro, quando è ben recitato! 

Calibrata, asciutta e soprattutto intelligentemente rispettosa degli spazi attoriali la regia di Fabrizio Coniglio. Le scene di Gaspare de Pascali pur profondamente evocative non perdono mai funzionalità, i costumi, sobri quanto adeguati, sono di Sandra Cardini.

Da non perdere.


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