UNA LADY MACBETH DEL DISTRETTO DI MENSCK  DI ŠOSTAKÓVIČ  INAUGURA LA STAGIONE 2025-2026 DELLA SCALA  

di Pietro Pellegrino


Una Lady Macbeth del distretto di Mensck di Šostakóvič  inaugura la stagione 2025-2026 della Scala  

Opera innovativa, trasgressiva, impasto di tragedia e satira, tranche de vie da romanzo naturalista francese, radiografia impietosa della società zarista e prerivoluzionaria, caricatura tagliente e disillusa  della borghesia mercantile, dell’apparato poliziesco, della miseria materiale e morale delle plebi contadine, ma soprattutto   resurrezione e morte di una sensuale, frustrata Bovary di provincia. Tutte queste cose insieme è  “Una Lady Macbteh del distretto di Mcensk“, opera lirica di  Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič, compositore e pianista russo, nato a  San Pietroburgo il 25 settembre 1906 e morto a Mosca il 9 agosto  1975.

 Un minimo di riferimenti storici e biografici  è utile   a intendere la posizione originale  che l’opera occupa nella storia della musica lirica. Quando compone “una Lady Macbeth” nel 1932, a soli 26 anni, Šostakóvič si è già fatto un nome nell’establishment musicale russo ed europeo, grazie alla Sinfonia n. 1 e all’ opera lirica “Il Naso” tratta dall’omonimo racconto di Gogol, subito ostracizzata dall’intellighenzia del regime stalinista  e riammessa nei teatri russi soltanto nel 1974. Nel 1932 Šostakóvič legge  la novella  una ” Lady Macbeth del distretto di Mcensk” dello scrittore Nikolaj Leskov, pubblicata nel 1865  e, come riferisce nelle sue memorie, prova una empatia immediata per la  figura della protagonista,  che incarna   la  condizione femminile subalterna nella Russia zarista, al punto da abbozzare il progetto di una trilogia sul tema, rimasta però incompiuta. Collabora lui stesso alla stesura del libretto  con il letterato Germanovič Prejs, già librettista  del “Naso” . In due anni l’orchestrazione è terminata  e l’opera va in scena nel 1934 a Mosca e Leningrado con un successo trionfale; viene poi “esportata” nei principali teatri europei  e negli Stati Uniti con unanime consenso di pubblico e critica. Fra il 1934 e 1935 però  il vento politico cambia nella Russia di Stalin, che ha avviato  con il Congresso degli Scrittori e degli Artisti Sovietici a Mosca un sistematico processo di omologazione culturale sotto il segno del realismo socialista che statuisce le regole della produzione artistica  sottoposta  a un rigido controllo censorio. Stalin  stesso, che coltivava in privato  interessi musicali,  assiste  nel 1935 a una replica di” Una Lady Macbeth” e, stando a quanto riferiscono le cronache del tempo, abbandona  il teatro subito dopo la scena dell’amplesso fra Katerina e Sergej  alla fine del primo atto. A gennaio 1936  esce  sulla Pravda l’articolo ” Caos invece di  musica”, di un anonimo estensore, (dietro il quale è facile indovinare l’ombra lunga di Stalin) che stronca l’ opera definendone la musica gracchiante, aspra , incomprensibile e volgare, una “cacofonia convulsa e spasmodica” che riveste una storia amorale e diseducativa, aggiungendo  l’accusa vaga e pretestuosa  di “formalismo” e di “innovazione  piccolo- borghese”. Ce n’è abbastanza per decretare l’ostracismo che si prolungherà fino al 1963,  quando l’opera fu  ripresentata, in  un  clima  culturale più favorevole alla sua ricezione (era in atto la destalinizzazione e la prudente liberalizzazione  avviata  da Krusciov), in una edizione riveduta e corretta che attenuava rispetto alla prima stesura le punte di più urtante e crudo realismo. Protagonista dell’opera  è  una giovane donna, sensibile e inquieta, Katerina Izmajlova, che ha sposato per interesse e non  per amore il rozzo Zinovij, figlio di Boris,  un ricco e dispotico  mercante, emblema  della  cupa  società patriarcale dell’epoca zarista,  che coltiva  improbabili  ambizioni erotiche nei confronti della nuora. Katerina,  che vive  una vita piatta  e frustrante, fra noia esistenziale e spleen baudelairiano s’innamora  di Sergej, un dongiovanni di campagna,  aitante e passionale quanto basta per  dare a Katerina l’ illusione di aver trovato in lui, con l’appagamento di una sessualità repressa, un nuovo equilibrio vitale. La liaison  fra i due amanti  è però scoperta prima dal vecchio Boris, che viene avvelenato da Katerina con un potente topicida versato in una minestra di funghi,  poi dal marito  Zinovij,  che sorprende nella sua camera da letto moglie ed amante e viene perciò  strangolato per evitare lo scandalo. Katerina decide quindi di sposare Sergej,  cui porterà in dote il  ricco patrimonio ereditato da Boris e dal marito. Durante il pranzo di nozze però il cadavere di Zinovij, nascosto in cantina,  viene scoperto da un contadino e i due amanti sono denunciati alla polizia. Condannati ai lavori forzati sono deportati in Siberia con un gruppo di prigionieri. Durante il viaggio Sergej tradisce Katerina con una  giovane condannata; Katerina, disperata, si uccide trascinando con sè  la giovane amante di Sergej nelle acque gelide di un fiume.  Una materia cosi aspra, di un realismo crudo ai limiti dell’ osceno  e  irrituale in un opera lirica, imponeva la scelta di un linguaggio musicale radicalmente nuovo, e altrettanto irrituale, che tagliasse di netto con l’immagine stilizzata dell’opera tradizionale. Va detto che Šostakóvič aveva maturato un’esperienza  profonda delle avanguardie musicali del Novecento (l’Impressionismo di Debussy, l’Espressionismo  della scuola viennese -Schönberg, Berg, Webern-, lo sperimentalismo  geniale della scuola russa- Skrjabin, Stravinskij,  Prokofiev –  e sullo sfondo i moderni già iscritti nel canone dei classici – Wagner, Strauss, Mahler)  e questa ricchezza di stratificazioni  filtra  nell’opera  con l’effetto di una originale e potente Stilmischung  (miscela di linguaggi) che spiazza e seduce l’ascoltatore. La   scrittura orchestrale si articola infatti in una varietà di registri  che include salti tonali, sonorità dure, graffianti, ritmi di valzer, marcette militari, e insieme slarghi meditativi e  andamenti cantabili  di assorto lirismo. E’ il correlativo sonoro di un  mondo aspro e contradditorio,(miseria e opulenza),ipocrita e sopraffattore (il vecchio patriarca  Boris) che Šostakóvič proietta sul palcoscenico con la forza di una orchestrazione che dà a fatti e persone un rilievo plastico e un taglio cinematografico. Non è casuale che Šostakóvič sia stato anche prolifico autore di musiche da film. La rappresentazione di un’opera di così difficile spessore  richiedeva  un direttore, dei cantanti e un  regista assolutamente  non routinari e così è stato per la  prima della  stagione 2025-2026 alla Scala di Milano. Riccardo Chailly , direttore raffinato e polivalente,  ha firmato la sua ultima prima (nel 2026-2027 gli succederà il maestro Chung Myung-Whun) e meglio non poteva congedarsi dal pubblico scaligero. Una quota consistente del successo della serata  si deve alla sua capacità di tenere l’orchestra “sulla corda” per circa tre ore senza il minimo calo di tensione. Chailly ha saputo restituire l’impasto politonale della partitura, dosando senza enfasi sia  le sonorità espressionistiche e i volumi potenti che le  squisite  sottigliezze timbriche sparse nel tessuto musicale (ad esempio, nell’aria di ingresso di Katerina o nel suo assolo crepuscolare a fine opera). Qualche esempio evidente fra i molti possibili: il timbro grottescamente marziale di una piccola fanfara che introduce  il ritorno del marito, il ricamo ironico dei legni(flauto, clarinetti, fagotto) che commentano la morte di Boris, la  piccola marcia funebre  che descrive il  seppellimento del marito in cantina, il glissando sguaiato degli ottoni che mima l’amplesso fra Katerina e Sergej (per il quale la critica ha  coniato il neologismo “pornofonia”), la grandiosa passacaglia fra il II e III atto, che con il suo   basso ostinato  scandisce la  fatalità ineludibile della tragedia.  I cantanti hanno tenuto bordone a Chailly, comme il faut. A  partire dal soprano:  Sara Jakubiak,   vocalmente a suo agio  nella scabrosa tessitura della protagonista e scenicamente credibile, esibisce   una vocalità   incisiva nelle impennate  drammatiche,  ma  altrettanto lieve  e sognante nel modulare i ripiegamenti  malinconici  e intimistici.  Il tenore Nasmidan Mavlyanon (Sergej)  si fa apprezzare per una voce timbrata  e  ben  proiettata  oltre che per  un’ accettabile prestanza fisica che,  tolta  qualche postura  un po’ goffa  nelle scene “calde”,  lo rendono quasi ideale per  il ruolo dello sciupafemmine; il basso Alexander Rosvalets  è Boris, il padre  lussurioso e tirannico.  La voce è da basso-baritono  più che da basso profondo, sostenuta da una maschera attoriale mobile che  mai  scade nel macchiettistico;  a voler fare  le pulci, un maggiore peso delle note più gravi avrebbe dato un accento di più cupa, oscena  terribilità al ruolo di vecchio patriarca; una interpretazione, comunque , per dimensione scenica e proprietà di canto, eccellente. Al flaccido Zinovij, slavata figura di marito sessualmente inappetente e succube del padre,  dà  voce  il tenore lirico-leggero Evgeny Akimov, che si destreggia bene  nel climax erotico in cui simula un approccio velleitariamente virile alla moglie di cui ha scoperto il tradimento. Del regista, l’enfant terrible russo, Vasily Barkhatov, già noto in Italia per la performance estiva alla Basilica di Massenzio (un Don Giovanni provocatorio e mal digerito dai melomani conservatori), va detto che stavolta si è limitato a una modesta manomissione della cronistoria del dramma, che inizia laddove nel libretto sta quasi per concludersi, cioè con l’arresto dei due amanti e la stesura del verbale in una stazione di polizia. Un flashback prolungato, in sostanza, che dipana la trama con la presenza ritornante dei poliziotti che tramite una piattaforma mobile appaiono e scompaiono dal palcoscenico, simbolo dell’ubiquo controllo del potere. La scena finale della deportazione dei prigionieri in Siberia è tenuta su colori lividi e nebbiosi in cui spicca l’assolo elegiaco di un deportato. Funzionale ed elegante, di gusto déco anni 30 la scenografia, che si articola su due grandi piani sovrapposti in cui sono collocati, su quello superiore la cucina,  su quello inferiore la camera da letto e la zona giorno. Infedele al libretto ma d’effetto la trovata di cambiare il modo in cui  Katerina si uccide: non si getta nel  fiume trascinando con sé la prigioniera con cui Sergej l’ha tradita, ma si dà fuoco sulla scena, con tempestivo intervento degli estintori a evitare l’autocombustione di due vere stuntwomen. Per tutti, soprattutto per Chailly, applausi convinti, ma non “oceanici” per circa 11 minuti.


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