THE LEFT HANDED GIRL , LA RAGAZZA MANCINA

di Alessandra Mattirolo


Basta guardare la faccia simpatica di I-Jing per rimanere coinvolti fin dalla prima inquadratura dalle vicende di questa bambina di otto anni che disegna e scrive con la mano sinistra. Siamo a Taipei immersi nell’atmosfera fumosa e umida di un mercato notturno dove le luci al neon si riflettono nelle pozzanghere e dove l’aria ha l’odore di pioggia e di fritto. Tre generazioni di donne faticano a tirare avanti. Una bancarella di noodles stenta a garantir loro la sopravvivenza.

Per il suo esordio come regista la taiwanese Shih-Ching-Tsou, braccio destro, da sempre, del più celebre Sean Baker (il regista di Anora) che produce il film e che con lei firma la sceneggiatura, sceglie la storia di una famiglia qualsiasi, per descrivere la sua visione dell’umanità.

C’è una madre che combatte con i debiti, una ragazza adolescente e un po’ sbandata e una bambina mancina il cui nonno, superstizioso e all’antica, le fa credere che la mano sinistra sia quella dominata dal diavolo.

Per raccontare le dinamiche della famiglia, Tsou abbassa la telecamera all’altezza dello sguardo di I-Jing.  Attraverso i suoi occhi anche il dramma può diventare poesia. La sua mano sinistra diventa il simbolo di una diversità percepita come minaccia o vergogna. I-Jing cerca di correggersi per compiacere il nonno ma non riesce a tradire la sua vera identità. Nella dolce ostinazione di I-Jing, nel suo inconsapevole rifiuto a piegarsi alle convenzioni, c’è l’intera essenza del film: la possibilità di restare sé stessi anche in un mondo che tende a uniformare.

Così un piccolo racconto domestico diventa universale, perché tutti, in un modo o nell’altro siamo stati quella bambina che cerca di capire se il proprio modo di essere è sbagliato o semplicemente diverso.

Accanto I-Jing è la stessa citta di Taipei ad essere la protagonista del film.  Da spettatore si ha la sensazione di aver viaggiato, pur rimanendo fermo. Tsou non cerca l’esotismo da cartolina. Il suo sguardo è al tempo stesso realistico e incantato. Fa un ritratto urbano che appare come un organismo vivente, rumoroso , affollato. Ogni inquadratura è al servizio della storia e dei suoi personaggi e non dell’estetica fine a sé stessa. Come ha dichiarato la stessa regista, Il film indipendente e girato con pochi soldi,  “nasce anche da un bisogno intimo, da ricordi d’infanzia vissuti a Taiwan e da dinamiche familiari che si sedimentano nella memoria molto prima di prendere forma”. Per lei realizzare questo film è stato, “un atto di memoria e di guarigione”.

The left handed girl  ha vinto a Cannes il premio della giuria della Semaine de la Critique 

e in seguito il premio per il miglior film alla festa del cinema di Roma. Il pubblico italiano dovrà però aspettare il 22 dicembre per vederlo nelle sale. La traduzione del titolo è stato trasformato, a mio avviso infelicemente, in “La mia famiglia a Taipei”.


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