STEVENS E KEROUAC

di Andrea Simi
In questo numero ho pensato di proporre ai lettori un accostamento tra due poeti americani del ‘900, molto diversi tra loro, che ben rappresentano le contrapposte facce della cultura e della società statunitense nel “secolo breve”.
Wallace Stevens è stato un poeta colto, quasi unanimemente considerato fra i più grandi, vincitore del premio Pulitzer. Ha vissuto una agiata esistenza altoborghese in una bella casa nel New England e occupava un posto di rilievo nella società locale come vice presidente di una compagnia assicurativa.
La sua poesia, nonostante la forma piana e la lingua “facile”, è ardua da cogliere sotto il nitore della superficie dei versi; è allo stesso tempo classica e astratta, sfuggente, metaforica ed ermetica Stevens non è classificabile in nessuno dei movimenti letterari del suo tempo; semplicemente è senza tempo, come il breve componimento qui riportato: “Il luogo dei solitari”, tratto dalla sua prima raccolta “Harmonium”, del 1923. Il luogo dei solitari è metafora del luogo della creazione poetica e la “perpetua ondulazione” allude al movimento continuo della scrittura.
Negli anni immediatamente successivi alla morte di Stevens, avvenuta nel 1955, ecco la rottura con il passato: irrompe sulla scena letteraria la generazione di quelli che Fernanda Pivano, dedicando loro una fortunata antologia, ha definito “Gli ultimi americani”. Tra questi spicca Jack Kerouac. L’autore di “Sulla strada“e di “Big Sur”.
L’eponimo della beat generation è l’altra faccia dell’America: dal suo volume di poesie “Mexico City blues”, che nel fluire dei versi riproduce con un linguaggio frammentato, destrutturato e disarticolato il ritmo del jazz di quegli anni, sono tratti i due refrain che seguono, scritti in memoria di Charley Parker, il re del be-bop, ucciso prematuramente da una breve vita di eccessi e sregolatezze.
Wallace Stevens
Il luogo dei solitari
Fa’ che il luogo dei solitari
sia un luogo di perpetua ondulazione.
che sia esso in mezzo al mare
sulla buia verde ruota d’acqua,
o sulle spiagge,
là non deve esserci cessazione
del moto, o del suono del moto,
il rinnovarsi del suono
e varia continuazione;
e soprattutto, del moto del pensiero
e sua senza posa iterazione
nel luogo dei solitari
che ha da essere un luogo di perpetua ondulazione.
Jack Kerouac
239° refrain
Charley Parker sembrava Buddha
Charley Parker, che è morto di recente
Ridendo di un giocoliere in TV
dopo settimane di tensione e malattia,
era chiamato il Musico Perfetto.
E l’espressione sulla sua faccia
Era calma, bella e profonda,
Come l’immagine di Buddha
Rappresentata in oriente, gli occhi socchiusi,
L’espressione che dice “Tutto bene”
-Questo era ciò che Charley Parker
Diceva quando suonava, Tutto bene.
Avevi la sensazione della mattina presto…
Come una gioia da eremita
o come il grido perfetto
Di qualche banda selvaggia a una jam session
“Urla, guappo” – Charley schiattava
I suoi polmoni, per giungere alla velocità
Di quello che volevano gli schizzati
E quello che volevano
Era il suo eterno rallentare.
Un grande musicista e un grande
creatore di forme
Che alla fine trovano espressione
Nei bis e quant’altro
240° refrain
Musicalmente importante come Beethoven
Ma non riconosciuto affatto così
Un gentile direttore di orchestre
di archi
Di fronte alle quali stava
Orgoglioso e calmo, come un maestro
di musica
Nella Grande Storica Notte del Mondo
E piangeva il suo piccolo sassofono
L’alto con un pungente chiaro lamento
In perfetto tono & splendente armonia
Toot- così gli ascoltatori reagivano
Senza mostrarlo, e si mettevano a parlare
E presto tutto il locale è rocking
E tutti parlano e Charley
Parker
Fischiettava loro sulla soglia dell’eternità
Con il suo bastoncino di san Patrizio
l’irlandese
E come la santa piscia noi scorriamo
E caschiamo nelle acque del
macello
E carne bianca, e moriamo
Uno dopo l’altro, a tempo.
mail: andreasimi@womenlife.it

