SIRĀT, UNA TENSIONE DA FINE DEL MONDO 

di Alessandra Mattirolo


Ci vuole un po’ di tempo prima di riuscire a metabolizzare uno dei film più spiazzanti e originali della stagione. Si tratta di Sirāt, il film di Oliver Laxe, 45 anni, regista e sceneggiatore franco-galiziano al suo quarto lungometraggio, prodotto da Agustin e Pedro Almodóvar. Premiato a Cannes dalla critica, ha continuato a raccogliere plausi a Chicago, Toronto e Los Angeles. Mancano solo gli Oscar 2026 dove nella selezione preliminare – le shortlist che anticipano le nomination – è entrato in ben cinque categorie: miglior film internazionale, miglior sonoro, miglior fotografia, miglior casting e miglior colonna sonora originale.
Eppure non è facile restare in poltrona per circa due ore alla mercé di eventi inaspettati e per lo più catastrofici che il film offre senza alcuno sconto. La storia all’inizio è lineare. Un padre, Luis, interpretato da Sergi Lopez, è alla ricerca di una figlia scomparsa che spera di trovare in mezzo ai più scatenati e psichedelici rave parties nel deserto marocchino. Con lui c’è suo figlio più piccolo Esteban (Bruno Nunez Arjona) e il cane Pippa.
La parola Sirāt nella tradizione musulmana indica un ponte stretto come un capello e affilato come una lama che conduce le anime al loro destino eterno, il paradiso o l’inferno. Così il film si trasforma in un road-movie nel deserto. Un viaggio che perde il suo senso iniziale per assumerne via via un altro: esistenziale, pericoloso, forse senza via d’uscita.
Insieme alla coppia padre e figlio, un gruppo di raver sballati che confondono l’ebrezza con la libertà, viaggia verso l’ultima festa, che diventa per tutti anche l’ultima speranza. Impossibile raccontare i tanti – troppi? – colpi di scena senza spoilerare il film. Per una parte della critica il film pecca di un eccesso di ambizione che rischia di far sprofondare il film sotto il suo stesso peso.
Laxe fa un cinema che richiede pazienza e soprattutto rinuncia all’idea che il dolore debba insegnare qualcosa. Il film si muove tra cruda realtà e misticismo con una colonna sonora fatta di silenzi interrotti dalla musica sincopata e ipnotica dei rave. Dice Laxe: “Sirat è un film ma anche una cerimonia, un viaggio interiore. La relazione tra lo spettatore e l’immagine è molto complessa. Quello che succede è un mistero. Il film non è solo da guardare ma un’esperienza da vivere”.
E’ un film da consigliare? Di certo la pellicola non cerca il consenso facile. Oggi i pochi che vanno ancora al cinema desiderano l’esatto opposto. Storie che intrattengono e caso mai esaudiscano i nostri desideri. Sirāt invece sperimenta e scuote, invita a riflettere e a guardarsi dentro. Per questo il film è da vedere. Laxe di certo deve aver vissuto abbastanza a lungo dentro sé stesso per concepire Sirat. A noi spettatori resta il compito di sopravvivergli.


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