PIAZZA DI SPAGNA

di Luca Beretta


Un urbanista e sociologo americano, Lewis Mumford, a riguardo della struttura urbana che Roma va assumendo tra il ‘500 e il tardo ‘600, afferma:

Fu anzitutto una nuova concezione degli spazi, uno dei trionfi della mentalità barocca capace di organizzare nuove dimensioni architettoniche e di associarle al movimento.” La politica urbanistica avviata da papa Sisto V nel Cinquecento e proseguita dai pontefici successivi trasforma profondamente l’assetto viario di Roma. La realizzazione di nuove strade (fig.1), concepite come grandi direttrici rettilinee, non solo riorganizza la città, ma ne orienta anche l’espansione urbana, collegando in modo diretto e rappresentativo i suoi principali poli e i suoi estremi.

Lungo gli assi stradali si allineano nuovi palazzi, chiese, piazze e prospettive che danno un diverso disegno scenografico agli slarghi cittadini e ai percorsi stessi.

Un processo di trasformazione che iniziò alla fine del ‘500 e si concluse alla fine dell’800 con il progetto del Valadier per Piazza del Popolo.

Ed è proprio lungo uno dei tre celebri percorsi del tridente storico, che si diramavano dalla piazza, che papa Clemente VII decise di intervenire, trasformando e regolarizzando la strada che correva tra le case alle pendici del Pincio: l’asse di via del Babuino.

Anche sotto Alessandro VII, via del Babuino non assunse il ruolo strategico previsto dal papa, poiché mancò il suo prolungamento verso la Porta dei Giardini del Quirinale, sede della residenza pontificia. Lo sventramento edilizio interessò infatti soltanto il tratto dell’attuale via dei Due Macelli.

Nel frattempo, a partire dal Cinquecento, altri cambiamenti contribuirono a trasformare il grande slargo al termine di via del Babuino, alle pendici del Pincio, destinato a diventare la futura Piazza di Spagna.

Lo slargo, era uno spazio allungato e poco definito, privo di pavimentazione, che si allargava d’improvviso con una scarpata scoscesa e selvatica che saliva alla quota alta del Pincio dove sorgeva la chiesa di Trinità dei Monti.

Alla fine del Quattrocento, il religioso eremita italiano Francesco da Paola, con il sostegno del re di Francia Carlo VIII, acquistò un’area sul colle del Pincio, prospiciente la scarpata che scendeva verso la città.

Negli anni successivi venne costruita la prima parte della chiesa di Trinità dei Monti, che a metà del Cinquecento fu ampliata con un grande chiostro e due campanili. È interessante notare che, dagli atti d’acquisto ancora conservati, emerge come, grazie al lascito del francese Étienne Gueffier, nel 1650 furono elaborati i primi progetti per dare un nuovo assetto a quella scarpata ancora incolta che separava la città dalla chiesa.

È in questi anni che nasce l’annosa controversia tra lo Stato Pontificio e la Francia sulla sistemazione del declivio, una disputa che riguarderà a lungo il possesso e il controllo dell’area.

A completare l’elegante arredo della piazza e a creare un ideale collegamento visivo con essa fu la celebre Barcaccia.

Nel 1570, dopo l’attivazione dell’acquedotto dell’Acqua Vergine, fu infatti prevista la costruzione di una fontana ai piedi del pendio, in corrispondenza del condotto interrato.

Venne incaricato del progetto Pietro Bernini (1626), padre di Gian Lorenzo, che era insignito del titolo di Architetto dell’acquedotto Vergine.

P. Bernini lavorò al progetto nei due anni successivi, ma una mattina, mentre erano in corso alcune opere idrauliche nel cantiere, morì improvvisamente e suo figlio Gian Lorenzo subentrò nell’incarico.

G. L. Bernini diceva che l’acqua e il suo rumore facevano bene al suo spirito. Ma nella Barcaccia seppe cogliere, con grande genialità, anche il potere della meraviglia che l’acqua esercita sullo sguardo del passante. È l’elemento compositivo dominante della fontana: il suo «mormorio sonoro» diventa la voce della fontana stessa, mentre la sua massa riflettente esalta la forma della barca, sospesa in un ambiguo gioco di galleggiamento. La fontana appare così come una grande pozza, un piccolo invaso naturale che sembra emergere dal suolo in modo quasi mimetico.

Dopo la realizzazione della fontana Berniniana, nel 1650 venne deciso da papa Alessandro VII° e dai francesi di intervenire in modo definitivo su quella frattura naturalistica costituita dalla ripida e fangosa scarpata, il cui dislivello era segnato da alberature e sentieri incolti.

In quell’epoca, la piazza era ancora la somma di due slarghi trapezoidali, distinti e autonomi. Da una parte, dominata dal palazzo dell’ambasciatore di Spagna, era chiamata Piazza di Spagna; dall’altra, verso via del Babuino e in prossimità di Villa Medici, Piazza dei Francesi. Questo spazio divenne ben presto il teatro di complesse dinamiche politiche, una sorta di “zona franca” contesa tra Francia, Spagna e Stato Pontificio.

Passarono altri sessant’anni prima che papa Clemente XI, nel 1717, stanco dei continui rinvii dei Francesi di Trinità dei Monti, decidesse di riproporre la questione. Furono così elaborati diversi progetti, affidati ad Alessandro Specchi, Francesco Cipriani, Alessandro Gaulli, Francesco De Sanctis e, forse, Filippo Juvarra. A prevalere fu il progetto di Francesco De Sanctis.

I lavori della scalinata iniziarono nel 1723 e si conclusero in tre anni. Il progetto dimostra, come scrive Paolo Portoghesi “Una geniale abilità da consumato regista, una preziosa qualità in una occasione in cui l’irregolarità e l’asimmetria degli elementi architettonici da assorbire in un solo organismo unitario, rendevano necessaria un’eccezionale capacità illusionistica…” 

De Sanctis non sceglie una soluzione rigidamente simmetrica, ma una soluzione che gradualmente riassorbe l’irregolarità del dato ambientale e delle sue assialità (notare la posizione della fontana). È un disegno con misurate pause dei ripiani , guidato dalle geometrie a terra disegnate dai gradini stessi. La scalinata sembra stretta e lo spazio del fondale viene riempito dalla sagoma della chiesa. E quando siamo ormai vicini ai primi gradini, la prospettiva cambia ancora, lo spazio si amplia e si appoggia al suo perimetro, dilata e restringe lo spazio con il suo effetto scenografico e panoramico.

Il disegno della scalinata acquista valore con la presenza delle persone, con il loro muoversi o sostare all’interno di una cornice nella quale “sosta e movimento” sono i principi intrenseci della composizione stessa. E come scrive Paolo Portoghesi: “Raramente un frammento di pura contemplazione così sottilmente si trova intrecciato a un elemento di utilità”.


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