FIORI, FIORAI E… LEGGEREZZA!

di Pino Ammendola


Il teatro non è un arte semplice: è difficile scrivere un testo efficace, è difficile trovare un produttore disposto a rischiare il proprio danaro per permettere che la magia si ripeta, è difficile portare in sala il pubblico, ma sicuramente la cosa più difficile è portare sul palco la leggerezza! E badate bene, non parlo di quella leggerezza prodotta da temi futili infarciti di calembour o di sottili allusioni ruffiane, o peggio ancora di facili volgarità, no, mi riferisco a quella leggerezza che è soprattutto la capacità attoriale di fare un passo indietro, di rendersi strumento del racconto, chaperon del pubblico, senza mai cedere alla tentazione di auto rappresentarsi, bene in questa piece “Sempre fiori mai un fioraio” Pino Strabioli ci riesce in maniera encomiabile! Sul palco sembra  danzare, per come si ‘muove’ tra ricordi, citazioni e memorabilia di grandi personaggi dello spettacolo, eppure è perfettamente fermo, quasi in un angolo, si fa piccolo piccolo per lasciare spazio a preziosi frammenti video, alla sapiente e sempre discreta fisarmonica del maestro Marcello Fiorini e soprattutto al ricordo di quel genio del libero pensiero che è stato il grande Paolo Poli.

Lo spettacolo infatti vuol essere un omaggio all’inimitabile  attore fiorentino e ce lo restituisce non attraverso un racconto biografico e nemmeno facendo un excursus dei suoi straordinari successi teatrali, ma ‘svolazzando’, in perfetto ‘stile Poli’, tra le sue affermazioni irriverenti da Buffalmacco, le sue tenerezze quasi verginali e soprattutto le sue prese di posizione, in un tempo in cui manifestare candidamente e gioiosamente la propria omosessualità  richiedeva un grandissimo coraggio. Questo fa si che lo spettacolo, senza perdere mai lo spessore di un velatino d’organza, diventi assolutamente politico e mentre ridiamo a crepapelle delle battute ingenuamente oscene di Paolo Poli, che tornano sonore per bocca di Strabioli, ci rendiamo conto che stiamo partecipando a un rito, al sacro rito del teatro che è ‘scandaloso’ per definizione, perché obbliga officianti e spettatori a liberare completamente il pensiero e vivere per un momento fuori dal tempo e da ogni diktat imposto dal potere o dalle convenzioni borghesi. Il racconto prende spunto da un delizioso libro dello stesso Strabioli e si snoda attraverso ‘le perle’ di saggezza sui generis regalategli dall’amico e mentore in una lunga serie di pranzi fatti insieme in un ristorante del centro. Ma mentre il libro (letto qualche anno fa) ci restituisce soprattutto una aneddotica di straordinario divertimento, condita da una stima e da un affetto quasi palpabili, l’esposizione teatrale ci porta anche nel territorio della tenerezza, quasi di uno spleen, non per un tempo andato, ma per un tempo in cui il nostro teatro era popolato da giganti. L’abilità di Strabioli non ci consente di capire quale sia il confine tra la sua commozione personale e quella dell’attore, capiamo però quanto sia sincera la voglia di ricordare, di farsi memoria viva e questo emoziona l’intera sala. Siamo abituati a vederlo come abile conduttore di trasmissioni colte quanto divertenti e il grande pubblico ignora che nasce attore e spesso per nostra fortuna torna al suo primo amore per regalarci raffinate interpretazioni. Ho avuto la fortuna di lavorare con Paolo Poli in uno sceneggiato radiofonico conservando di lui un fantastico ricordo personale e questo spettacolo, voluto a Todi da Silvano Spada in chiusura del suo prestigioso festival, me lo ha fatto tornare davanti agli occhi come fosse lì sul palco, a conferma che anche se il teatro vive solo fino a che non cala la tela, gli attori non scrivono mai sull’acqua!


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