NOUVELLE VAGUE

di Alessandra Mattirolo


Tranquillizziamo subito il lettore: Nouvelle Vague non è un film storico né didattico. Non è neppure un documentario su quel periodo della storia del cinema. È piuttosto il racconto, necessariamente romanzato, di quei ventidue giorni in cui il giovane Jean-Luc Godard riesce, con pochissimi mezzi ma con una passione enorme, a girare À bout de souffle, alias Fino all’ultimo respiro.

Tutto parte da una frustrazione. È il 15 maggio 1959. Godard, interpretato da Guillaume Marbeck, si trova a Cannes e assiste alla proiezione de I 400 colpi di François Truffaut. Il successo dell’amico lo deprime. Si sente in ritardo, l’ultimo della fila dei suoi colleghi: Chabrol, Rivette, Rohmer… l’unico che non è ancora riuscito a girare un film. Critico brillante dei Cahiers du Cinéma, il giovane Jean-Luc è però totalmente incapace di scrivere un copione. Non si sa bene come, né con quali rocambolesche rassicurazioni, riesce comunque a convincere Georges de Beauregard (Bruno Dreyfürst) a dargli quattro soldi per un lungometraggio che deve essere fatto e finito in ventidue giorni.

L’avventura prende forma nei volti un po’ increduli di Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin) e Jean Seberg (Zoey Deutch). Quest’ultima, arrivata a Parigi dagli Stati Uniti, fatica a capire cosa stia succedendo. Si presenta sul set senza nemmeno una battuta scritta e riesce a malapena a convincere Godard a concederle un minimo di trucco e parrucco, inizialmente negati. Minaccia di lasciare il set un giorno sì e uno no. Eppure, alla fine, nemmeno lei riesce a restare immune dall’energia contagiosa di questo insolito clima di libertà che finisce per coinvolgere l’intera troupe.

Nouvelle Vague è un film che racconta una rivoluzione. Un momento in cui tutto sembra possibile. Il cinema non appartiene più soltanto agli studios o alle grandi industrie: si fa per strada, con una cinepresa leggera. Gli attori non recitano, ma vivono; il regista non si limita a girare, diventa autore della propria storia. À bout de souffle segna, in sostanza, l’inizio del cinema moderno.

Affascinante la scelta del casting: gli attori sono quasi tutti sconosciuti, ma sorprendentemente somiglianti ai personaggi che interpretano. Si ha l’impressione di compiere un viaggio nella macchina del tempo, aiutati anche da un bianco e nero che contribuisce a ricreare l’atmosfera di quegli anni.

Può sembrare bizzarro che sia stato proprio un regista texano come Richard Linklater — noto per la trilogia Before, per Boyhood o School of Rock — ad avventurarsi nella Parigi degli anni Sessanta. In realtà, come spiega lui stesso, «il film è una forma di gratitudine. La Nouvelle Vague è stata decisiva per la mia formazione. Vedere quei film significava scoprire che il cinema si poteva fare con gli amici, con pochi mezzi, con le idee».

In fondo, per Linklater il suo è quasi un film autobiografico. Parla forse più di lui che di Godard. Ma, dopotutto, non è questo il punto. Nouvelle Vague non pretende di raccontare la verità su Godard: preferisce restituire l’energia irripetibile di un momento in cui il cinema, all’improvviso, sembrò tornare giovane. Alcune scene e certi dialoghi e citazioni tuttavia si ripetono rallentando un po’ il ritmo e lasciando affiorare qualche momento di stanchezza. Il film resta comunque gradevole e intelligente a tratti è solo un po’ meno coinvolgente.


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