L’OPERA LIRICA FRA TRADIZIONE E “POLITICAMENTE CORRETTO” – PRIMA PARTE –

di Pietro Pellegrino
“Australian opera company bans Carmen
because it ‘promotes smoking‘ (compagnia lirica australiana
vieta la Carmen perché “pubblicizza il fumo”)
Uno spettro si aggira nei teatri d’opera: lo spettro del politicamente corretto. È da circa un ventennio che il politically correct e suoi derivati – la cultura woke e la cancel culture- polarizzano il dibattito culturale fra intellettuali, scrittori, istituzioni, università, cittadini comuni del global village. La parola d’ordine del politicamente corretto (ridisegnare l’attuale ordine ideologico e linguistico) si è trasformata in un mantra ossessivo con il quale è necessario fare i conti per capire in che direzione sta evolvendo la società, e quale possa essere il suo assetto futuro, o anche solo per il gusto disimpegnato di tenersi à la page (come si diceva una volta in francese scolastico). A scanso di equivoci va chiarito subito che le tre “culture” sono legate, sia pure con distinzioni e gradazioni diverse, da una comune matrice ideologica e condividono un analogo progetto di riforma e cambiamento della società. Semplificando in termini schematici un tema alquanto complesso e spinoso: il politically correct prende di petto elettivamente il repertorio del linguaggio e del discorso corrente, cristallizzato in stilemi, espressioni, luoghi comuni, ritenuti offensivi o discriminatori rispetto ad alcune categorie socialmente, culturalmente e storicamente svantaggiate. E si propone di neutralizzarlo adottando un linguaggio più inclusivo, rispettoso della sensibilità e della dignità dei gruppi sociali più deboli e vulnerabili nella società globalizzata. La cultura woke, che ne è la filiazione diretta, invita (come suggerisce la parola-simbolo del movimento) a tenere alta l’attenzione ai temi più acuti della società contemporanea: le discriminazioni razziali, le disuguaglianze economiche, gli stereotipi di genere, i pregiudizi etnici, lo sfruttamento del lavoro; e nel farlo si serve dell’apparato terminologico e concettuale (una sorta di neolingua) elaborato dal politically correct. La cancel culture da parte sua si incarica di passare al setaccio la storia dell’occidente, ne segnala le distorsioni ideologiche, decostruisce i pregiudizi, le opinioni ricevute, smaschera i modelli comportamentali e i “frames” ideologici considerati lesivi del rispetto e della dignità della persona. Il bersaglio polemico quasi esclusivo è identificato nella dominante cultura eurocentrica, nel suprematismo bianco, nel colonialismo politico ed economico dell’occidente documentato dalla sua storia di oppressione e sfruttamento dei paesi più poveri e arretrati, di emarginazione delle minoranze etniche. E’ un dato di fatto che la combinazione di politicamente corretto, woke culture e cancel culture, accomunati dallo stesso progetto di emendare e riscrivere la storia secondo l’ ottica del presente, ha effetti paradossali e irritanti quando si applica a setacciare anche la cultura alta, non risparmiando neppure i padri nobili della letteratura universale, come Shakespeare (reo di razzismo bipartisan, tipizzato nell’ebreo Shylock del Mercante di Venezia o in Otello definito da Jago “old black ram” “vecchio caprone nero”), Dante (colpevole di islamofobia per aver precipitato Maometto nella nona bolgia dell’Inferno) o Kipling ostracizzato come portatore di una ideologia imperialista e colonialista. Non va meglio a un pittore come Gauguin, additato nella plaquette di presentazione di una mostra a Londra nel 2020 come esempio di predatore sessuale durante il suo soggiorno in Polinesia. Il diktat della neutralità linguistica (un tratto condiviso dalle tre culture) ha spinto, ad esempio, l’Università di Stanford in California a stilare nel 2022 un nutrito elenco di espressioni “scorrette” da emendare (Elimination of Harmful Language Iniziative) e da sostituire con perifrasi “normalizzanti”, al limite del ridicolo o del barocco più artificioso. Basta un esempio per tutti e dei meno eccentrici: la black list e la white list (cariche di potenziale razzismo binario) sono convertite in una scialba “denylist” e “”allowlist (elenco dei rifiutati e degli ammessi). Perfino le compagnie aeree come la Lufthansa cedono alla pressione del politicamente corretto per adeguarsi al linguaggio gender neutral. Quindi, via il sussiegoso saluto di benvenuto a bordo “Sehr geehrte Damen und Herren” (Gentili Signore e Signori) che ha il torto di riprodurre un binarismo ormai inattuale e dentro un asessuato “Guten Tag” (buongiorno) che non discrimina nessuno. Surreale poi il caso del ricercatore italiano di una università americana, autore di un paper scientifico, nel quale il revisore/censore scova due espressioni del tutto legittime in un contesto tecnico ma urtanti per la sua sensibilità woke, perciò da mitigare con opportune perifrasi: “selezione cieca” (meglio “non vedente”) e “elefante nano” (per non turbare la lobby dei “bassi”, meglio ribattezzarlo “verticalmente svantaggiato”). Per fortuna la deriva oltranzista del politicamente corretto e dei suoi compagni di strada ha trovato un limite nella reazione di un gruppo di 150 intellettuali (tra cui spiccano Noam Chomsky, J. K. Rowling, Salman Rushdie) che hanno pubblicato nel 2020 una “Letter on Justice and open Debate”, denunciando il rischio della cancellazione delle differenze e l’imposizione di un nuovo conformismo ideologico e linguistico. “Si dovrebbe tener fermo, insomma, – osserva Galli della Loggia nel Corriere della Sera 03/04/2021- che nella storia non possono trovare posto i nostri criteri morali attuali. Criteri morali attuali che noi tendiamo viceversa a proiettare anche nel passato”. Chiudo questa esemplificazione cursoria con un esempio “indigeno” che rivela come l’applicazione meccanica del politically correct arrivi a manomettere anche i meccanismi logico-grammaticali di base della lingua madre. Al festival dell’Unità del 2024, nella locandina dell’evento si legge la parola “unità” senza vocale finale, sostituita da un sinistro asterisco seguito da accento “Unit*’”. Per esprimere una maggiore inclusività di genere è stata la motivazione escogitata dagli organizzatori: come dire che una volta si discuteva del sesso degli angeli, ora del sesso delle vocali. Visto in prospettiva storica il politicamente corretto non si rivela tuttavia un tratto esclusivo del tempo presente, di un oggi ipersensibile e nevrotizzato. Vale la pena di ricordare il caso del capolavoro di Agata Christie (I 10 piccoli indiani) il cui titolo è stato cambiato più volte per conformarlo alla diversa sensibilità e allo status etnico-sociale dei suoi lettori. Uscito in Inghilterra nel 1939 con il titolo di “Ten little niggers“(dieci piccoli negri), una volta pubblicato negli Stati Uniti, nel 1940, viene modificato, per non urtare la sensibilità del gruppo afroamericano, in “And Then There Were None, (“E poi non rimase nessuno”, tratto da un verso della filastrocca ripetuta più volte nel libro). Viene poi tradotto in Italia nel 1946, conservando il titolo americano, che nel 1977 cambia ancora in un meno compromesso “I dieci piccoli indiani“, per poi tornare in una fresca edizione mondadoriana del 2025 al più neutro titolo americano “And Then There Were None“.
Una delle prime significative anticipazioni del politicamente corretto applicato al melodramma si può rintracciare nell’edizione del centenario della tetralogia di Wagner (L’anello del Nibelungo) andata in scena a Bayreuth nel 1976 con la regia di Patrice Chéreau e la direzione di Pierre Boulez. A rigore di termini sarebbe più pertinente parlare, in questo caso, di un’operazione di revisionismo critico o di Regietheater (teatro di regia) che si propone la rilettura modernizzante di un testo canonico della drammaturgia wagneriana al quale il nazionalsocialismo aveva attribuito una forte valenza simbolica, associandolo al mito della grande Germania e della volontà di potenza della nazione tedesca. La rilettura di Chéreau si muove in due direzioni complementari: da un lato la ripulitura filologica della Tetralogia dalla retorica nazionalista e bellicista sovrapposta strumentalmente dal regime (in sintonia con la scelta di Boulez di privilegiare sonorità orchestrali più terse e meno monumentali), dall’altro la demitizzazione, in senso letterale, del Ring, con una ambientazione trasportata nei primi anni dell’Ottocento, che cancella con un colpo di spugna il denso apparato mitologico-simbolico della tradizione e lo sostituisce con le figure della contemporaneità ; la tetralogia diventa allora, sulla falsariga della interpretazione proposta da G.B. Shaw nel saggio del 1898, “Il wagneriano perfetto“, l’articolato racconto della rivoluzione industriale, metafora del sistema economico capitalistico e dello sfruttamento del lavoro salariato. Non è un caso allora, anzi coerente con la curvatura ideologica impressa al Ring, che anche i protagonisti siano “diseroicizzati”; che Wotan, ad esempio, persa ogni aura sacrale, si identifichi con un rapace banchiere borghese, con tanto di redingote e cappello cilindrico, e i nibelunghi siano la controfigura di operai-schiavi ingranati nel meccanismo di produzione delle merci, parcellizzato e alienante. Un Wagner innovativo e provocatorio, affiliato politicamente alla filosofia del Capitale di Marx. Era scontato che una operazione del genere suscitasse reazioni divaricate: da un lato lo scandalo dei wagneriani ortodossi, custodi intransigenti della Wagner-Tradition; dall’altro i “novatori” entusiasti, per i quali l’opera non è oggetto museale da preservare con religioso rispetto dalle contaminazioni con il presente, ma struttura dinamica, aperta a nuove interpretazioni e suscettibile di assumere nuovi significati aderenti alla evoluzione ideologica ed economica della società.
Ma è negli anni 2000 che il politicamente corretto si afferma e si espande nei teatri d’ opera anglofoni ed europei, nei quali agisce un più libero atteggiamento innovativo e sperimentale, insieme con una più acuta sensibilità sociale e suscettibilità ideologica; meno nutrite ma più virulente sono le ricadute in Italia in cui il politicamente corretto trasferito al melodramma provoca non solo fra i melomani ma anche fra gli addetti ai lavori reazioni di rifiuto o di sospetto ora istintive ora argomentate, perché le innovazioni registiche consumate in suo nome infrangono tabù indiscutibili, attaccano il conservatorismo quasi devozionale radicato nella prassi esecutiva del teatro d’opera. Nella seconda parte di questo articolo, nel prossimo numero, ne vedremo in dettaglio alcuni casi esemplari, fra i più vistosi, intra e extra moenia.

