NO GOOD MEN, DI SHAHRBANOO SADAT

di Alessandra Mattirolo
Kabul, primi mesi del 2021. Le truppe americane si preparano a lasciare l’Afghanistan e con loro se ne va anche l’ultima illusione di normalità per migliaia di donne che, nei vent’anni precedenti, avevano conquistato spazi di libertà minimi ma reali. È in questo clima sospeso che si muove No Good Men, il terzo capitolo di una trilogia, dopo Wolf and Sheep e The Orphanage, con cui la regista afghana Shahrbanoo Sadat racconta il suo Paese.
Sadat non si limita a dirigere il film: è sua anche l’interpretazione della protagonista. «Non è stata una mia scelta», racconta. «L’attrice che avevo scelto mi ha mollato con un WhatsApp dopo due anni di lavoro. Era terrorizzata all’idea di girare l’unica scena in cui c’era un bacio, così mi sono vista costretta a interpretare io stessa quel ruolo».
La protagonista si chiama Naru, unica operatrice donna di Kabul News, intrappolata in un matrimonio fallito e determinata a non perdere la custodia del figlio. Relegata a programmi femminili di scarso peso, Naru viene trasferita alla redazione centrale, dove il rapporto professionale con il collega Qodrat, interpretato da Anwar Hashimi, si trasforma lentamente in qualcosa di più intimo, simile all’amore, mettendo in crisi la sua convinzione di partenza, quella che dà il titolo al film, ossia che in Afghanistan non esistano uomini per bene.
Sadat ha un grande talento nel costruire una commedia romantica quasi leggera, su uno sfondo che diventa invece via via più cupo, fino a sfociare in un dramma politico senza scampo, quando l’ombra dei talebani si allunga definitivamente sulla città. Il risultato, che potrebbe apparire ambiguo o incoerente, funziona proprio perché non cerca di risolvere la tensione tra pubblico e privato, ma li fa coesistere. Nella stessa inquadratura, il sorriso e l’angoscia si fondono, rendendo il film originale e insolito in un’opera di sostanziale denuncia.
Meno originale, forse, è la costruzione dei personaggi secondari, spesso ridotti a una funzione prevalentemente simbolica. Sadat ci tiene a enfatizzare il sistema patriarcale che domina il suo Paese, ma lascia aperto uno spiraglio di speranza che non risiede in una società oppressiva, bensì nell’umanità dei singoli.
Ed è tanto più convincente perché nasce da un’esperienza vissuta in prima persona. Shahrbanoo Sadat è nata nel 1990 a Teheran ed è cresciuta lì fino ai dodici anni, quando è tornata con la famiglia in un villaggio dell’Afghanistan centrale. Ha imparato il cinema a Kabul e, a soli diciannove anni, è diventata la più giovane regista mai selezionata per la Cinéfondation Residence del Festival di Cannes. Nel 2021, mentre stava ancora lavorando al film, è stata lei stessa evacuata dall’Afghanistan e oggi vive ad Amburgo.
La sceneggiatura del film è tratta dai diari del giornalista Anwar Hashimi, che nel film interpreta sé stesso nei panni di Qodrat. Molte scene sono direttamente tratte dalla sua esperienza reale. Nel 2016 alcuni dei suoi colleghi di Tolo TV rimasero uccisi in un sanguinoso attentato compiuto dai talebani. A quei colleghi, non a caso, è dedicato il film. Sapere questo cambia radicalmente la visione dell’opera. Non siamo di fronte a una ricostruzione immaginaria e romanzata, ma al racconto di chi la Kabul di quegli anni l’ha vissuta e sofferta sulla propria pelle.
La regia è essenziale, quasi documentaristica, ed evita la retorica del vittimismo per lasciare tutto lo spazio alla vita vera. Quella che trova il coraggio nella ribellione e la fiducia nell’amore. Come dice Shahrbanoo Sadat: «Non mi piaceva mio padre, non mi piaceva mio fratello. Sono cresciuta convinta che non esistessero uomini per bene. Le donne afghane non hanno bisogno di essere salvate, hanno bisogno di essere ascoltate».


