MONTALE

di Andrea Simi
Eugenio Montale è dai più considerato il maggiore poeta italiano del novecento. Ebbe molti riconoscimenti: senatore a vita dal 1967, vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1975 – quasi un tardivo riconoscimento- sedici anni dopo Salvatore Quasimodo (“c’è modo e quasi modo di fare poesia”, aveva allora malignamente detto Montale del poeta siciliano).
Era ligure e portava l’impronta della sua terra avara, costretta tra il mare e le dirupate montagne, aspra, dove quasi ogni palmo di terra coltivabile è sorretto da precari terrazzamenti, le case sono alte e strette per occupare poco spazio e le strade angusti caruggi fra di esse. E tutto si affaccia “sul delirio del mare”.
Poche parole per le tre poesie qui riportate – tratte dagli: “Ossi di seppia”, la raccolta che lo ha consacrato poeta – poesie che di altre parole, oltre quelle che danno loro forma, non hanno davvero bisogno.
Solo una di queste, la seconda (Spesso il male di vivere ho incontrato) appartiene alla sezione che dà il titolo al libro, e ha una connotazione marcatamente esistenziale: al “male di vivere” soccorre, ma senza confortare, la “divina Indifferenza”.
Le altre due sono tratte rispettivamente, dalle “Poesie per Camillo Sbarbaro” e da “Mediterraneo”.
La prima, “Caffè a Rapallo”, affronta il tema della nostalgia per l’età felice dell’inconsapevolezza, sviluppato più avanti in “Fine dell’infanzia” mentre l’altra, “Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale”, si può considerare un manifesto della poetica montaliana: aridità, immobilità, fremiti contenuti, gesta non compiute, distaccata eppure partecipe ricerca della “piccola stortura/d’una leva che arresta / l’ordegno universale.”
Credo possa essere molto interessante il raffronto fra questi versi e quelli dell’ultima poesia che propongo, la quale fa parte di una raccolta che segna invece la maturità di Montale (“La bufera e altro” compare infatti nel 1956, quando il poeta era già sessantenne), ma se ne conosce una prima stesura, priva di titolo, composta a Monterosso nel 1926, e quindi immediatamente successiva alla pubblicazione degli “Ossi di seppia”.
La musa di quegli anni lontani era Arletta, al secolo Anna degli Uberti, ma la donna cui Montale si rivolge in questi versi è ormai una figura evanescente e incerta. Nella luce che si spegne paesaggio e figure perdono i loro tratti e nulla si riconosce più, fino all’accendersi dei primi lumi nella notte, quando il fato si compie: “le parole/ tra noi leggere cadono.” e non restano che “due volti, due/ maschere che si incidono, sforzate/ di un sorriso”. Resta l’amara constatazione dell’impossibilità di comunicare davvero al di là di un “inganno consueto”; resta il vuoto esistenziale, il “male di vivere”.
Caffè a Rapallo
Natale nel tepidario
lustrante, truccato dai fumi
che svolgono tazze, velato
tremore di lumi oltre i chiusi
cristalli, profili di femmine
nel grigio, tra lampi di gemme
e screzi di sete…
Son giunte
a queste native tue spiagge,
le nuove Sirene!; e qui manchi
Camillo, amico, tu storico
di cupidige e di brividi.
S’ode grande frastuono nella via.
È passata di fuori
l’indicibile musica
delle trombe di lama
e dei piattini arguti dei fanciulli:
è passata la musica innocente.
Un mondo gnomo ne andava
con strepere di muletti e di carriole,
tra un lagno di montoni
di cartapesta e un bagliare
di sciabole fasciate di stagnole.
Passarono i Generali
con le feluche di cartone
e impugnavano aste di torroni;
poi furono i gregari
con moccoli e lampioni,
e le tinnanti scatole
ch’ànno il suono più trito,
tenue rivo che incanta
l’animo dubitoso:
(meraviglioso udivo).
L’orda passò col rumore
d’una zampante greggia
che il tuono recente impaura.
L’accolse la pastura
che per noi più non verdeggia.
Da “Ossi di seppia”
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Da “Mediterraneo”
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace – uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi
l’opposto in cuore, col suo invito; e forse
m’occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai
Due nel crepuscolo
Fluisce fra te e me sul belvedere
un chiarore subacqueo che deforma
col profilo dei colli anche il tuo viso.
Sta in un fondo sfuggevole, reciso
da te ogni gesto tuo; entra senz’orma,
e sparisce, nel mezzo che ricolma
ogni solco e si chiude sul tuo passo:
con me tu qui, dentro quest’aria scesa
a sigillare
il torpore dei massi.
Ed io riverso
nel potere che grava attorno, cedo
al sortilegio di non riconoscere
di me più nulla fuor di me; s’io levo
appena il braccio, mi si fa diverso
l’atto, si spezza su un cristallo, ignota
e impallidita sua memoria, e il gesto
già più non m’appartiene;
se parlo, ascolto quella voce attonito,
scendere alla sua gamma più remota
o spenta all’aria che non la sostiene.
Tale nel punto che resiste all’ultima
consunzione del giorno
dura lo smarrimento; poi un soffio
risolleva le valli in un frenetico
moto e deriva dalle fronde un tinnulo
suono che si disperde
tra rapide fumate e i primi lumi
disegnano gli scali.
… le parole
tra noi leggere cadono. Ti guardo
in un molle riverbero. Non so
se ti conosco; so che mai diviso
fui da te come accade in questo tardo
ritorno. Pochi istanti hanno bruciato
tutto di noi: fuorchè due volti, due
maschere che s’incidono, sforzate
di un sorriso.
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