LO YOGA E IL VIAGGIO DI ULISSE

di Anna Michela Borracci


Non esiste comprensione che non passi dal vissuto. Possiamo studiare una nozione, ripeterla, persino insegnarla, ma finché non l’abbiamo attraversata nel corpo e nelle emozioni resta un guscio vuoto, un’informazione che non ci appartiene davvero. È il vissuto a trasformare la conoscenza astratta in saggezza. Non basta sapere che l’equilibrio esiste: bisogna vacillare, cercare un appoggio, cadere e rialzarsi, per capire davvero cosa significhi stare in piedi. Lo stesso vale per ogni apprendimento profondo della vita: si impara facendo, non osservando da lontano.

È per questo che il mito di Ulisse mi accompagna da sempre come immagine guida anche nella mia pratica dello yoga. Ulisse non conquista Itaca restando sul suo trono, non si chiude tra le sue mura, lasciando fuori il mondo. Il suo destino è l’allontanamento, la vita come un lungo viaggio di ritorno dopo aver affrontato il mare aperto, i mostri, le tentazioni, le perdite. Ogni prova rappresenta la sostanza stessa della sua esistenza. È il viaggio, con tutto il suo carico di vissuto, a rendere possibile l’incontro finale con sé stessi.

Ognuno di noi, per realizzarsi, non può sottrarsi al compimento del proprio destino. Per conquistare la nostra vera identità dobbiamo trovare il coraggio di non sottrarci, di esplorare la vita con coraggio e intelligenza, sapendo che ogni scarto tra l’intenzione e il risultato non è un fallimento, ma un nuovo porto da cui salpare. Il vissuto non è un mezzo per arrivare altrove: è già, in sé, la meta che cerchiamo. Questa è, credo, la vera posta in gioco di ogni cammino interiore, compreso quello yogico: non serve restare al sicuro, ma occorre imparare ad affrontare il viaggio, attraversarlo fino in fondo, perché è solo nel vissuto che si diventa ciò che siamo destinati a essere.

Forse per questo non mi riconosco – ma rispetto profondamente come altra via – in quella parte di pensatori, filosofi e praticanti yoga che vedono negli organi di senso la radice di ogni nostro male, l’illusione, l’ostacolo alla vera comprensione della vita e del divino. Chiudere i sensi e non aprirli, ascesi contro esperienza, separazione tra anima e corpo. L’anima, di origine divina, si troverebbe imprigionata a causa dei sensi, che ci legano alla materialità e a una percezione illusoria della realtà, separandoci dalla verità. Per riunificarsi al divino, si pratica il distacco dalle cose terrene, il sacrificio della carne nella ricerca della pura trascendenza, dell’unione. Il velo di apparenze legato alle esperienze sensibili, la sua mutabilità, viene superata in nome di una libertà superiore che passa per la negazione delle qualità della vita.

I vortici della mente sono il motore dell’esistere, le nostre qualità “umane”, il viaggio di Ulisse… e anche il nostro. Scambiare le proprie passioni per verità è normale. Rappresenta quell’aspetto transitorio legato all’esperienza che in quanto via, cammino, è già per definizione destinata a essere continuamente superata. Non possiamo sottrarci al flusso ininterrotto di perdita e sofferenza, per farlo dovremmo smettere di amare e di apprezzare tutto il bello che ci circonda. Consapevolezza è dráma, azione, rappresentazione, movimento che fa avanzare l’esistenza. L’unico momento in cui ci fermiamo veramente è quando ci ancoriamo al corpo.

Questa doppia concezione che vede i sensi come ostacolo alla percezione del vero da una parte e all’opposto sensi come porte che ci collegano al disvelamento del mistero, attraversa oriente e occidente ed è un tema molto presente anche nelle pratiche di yoga. Non possiamo dire in assoluto quale delle due visioni sia corretta. Sicuramente le percorriamo entrambe, magari in momenti diversi della nostra vita. Non dobbiamo smettere di chiederci cosa cerchiamo. Alleviare il dolore, o anche solo lo stress, evadendo dal mondo? Oppure intraprendere un cammino di ricerca verso una migliore comprensione di noi stessi? La questione d’altra parte è antica quanto Adamo ed Eva, che persero il Paradiso e l’innocenza a causa di una maledetta mela che spalancò loro le porte della conoscenza, esponendoli però ai sentimenti contraddittori della vita.

Lo yoga è un metodo, una scienza, verso la libertà – innanzitutto quella di scelta. Come insegnante mi pongo la questione degli allievi. Devo chiedermi cosa genera la mia pratica da un punto di vista interiore, scegliere se trasmettere una sequenza standardizzata o entrare in una logica formativa e dell’ascolto: aiutare le persone a tirar fuori e coltivare ciò che sono, per mettere a terra le proprie emozioni. Quando non c’è scarto tra mente e corpo, intenzione e azione, siamo già in uno stato meditativo di unione e fusione.

In conclusione, l’esistenza si muove, perché fermarla? Posso dire solo questo: vivo il mio personale risveglio yogico né per difesa, né per conquista. Il tappetino mi ricorda che sto tornando a Itaca, che sto cercando la casa che ho lasciato quando sono nata, per compiere il mio cammino, per riconoscere chi sono. Come Ulisse, provo ad attraversare la vita timonandola, tra cadute e risalite, in un continuo gioco di equilibri.


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