HÄNSEL E GRETEL

di Paola Merolli
«C’era una volta, tanto tempo fa, molto prima che nascesse la nonna di tua nonna, un povero fabbricante di scope che viveva ai margini di una grande foresta oscura con sua moglie e i suoi due bambini, Hänsel e Gretel»
Raccontata da Stephen King, illustrazioni di Maurice Sendak e traduzione di Irene Bulla. Editore Adelphi, 2025. Lettura dai 5 anni.
C’era una volta una fiaba. Hänsele Gretel. Due bambini abbandonati, una foresta oscura, una casa che profuma di zucchero e nasconde il male. Una strega, un forno, e infine, la sopravvivenza. Tutti la conosciamo. Ma non nella versione narrata da Stephen King, il re dell’horror, che nell’introduzione confessa la profonda influenza che l’opera di Maurice Sendak ha avuto su di lui:
“In un certo senso, è quasi tutta la vita che scrivo di bambini come Hänsel e Gretel. Due illustrazioni in particolare mi colpirono: la strega cattiva a cavallo della scopa, con un sacco pieno di bambini rapiti sulle spalle, e la famigerata casa di pan di zenzero che si trasforma in un volto terrificante. Pensai: ecco il vero aspetto della casa, un essere demoniaco corrotto dal peccato, che mostra il suo volto solo quando i bambini distolgono lo sguardo. In fondo, questa è l’essenza della storia e di tutte le fiabe. Una facciata luminosa, un nucleo oscuro e terribile, dei bambini coraggiosi e intraprendenti».
Stephen King è un narratore rispettoso: smonta e ricompone i Grimm con finezza, aggiunge dialoghi, potenzia la tensione, elimina il superfluo, e ci regala una versione onirica e drammatica della fiaba più cupa di tutte. Il risultato è un libro strano, bellissimo, inquietante e, sorprendentemente, anche tenero.
Tutto nasce dai disegni che Maurice Sendak realizzò per un adattamento teatrale dell’opera, andato in scena nel 1997 alla Juilliard Opera Center di Houston. Sendak amava in particolar modo questa fiaba, nella quale ritrovava la forza dei bambini e la loro straordinaria capacità di sopravvivere alla propria infanzia:
“I bambini sanno. Non mentono a sé stessi. Non sopravviverebbero se lo facessero. E il mio obiettivo è non mentire mai loro.”.
È proprio questa onestà radicale a unire l’arte di Sendak alla scrittura di King. La strega, qui, non è solo un’anziana affamata: è il volto camuffato del trauma, dell’abbandono, della fame – fisica ed emotiva. Il padre, nella sua “passiva acquiescenza”, come la definisce Sendak, è forse il vero mostro della fiaba. Perché il male non sempre urla: a volte è silenzioso, subdolo.

Le parole di King sono quasi assediate dalle illustrazioni di Sendak: bozzetti, scenografie, studi dei costumi, miniature e storyboard. Un’illustrazione “interpretativa”, come la definiva lo stesso autore, che rifiuta la mera didascalia per puntare dritta al cuore delle cose. Ogni tavola è densa, soffocante, quasi claustrofobica. Da una parte si ritrova il movimento tipico degli albi illustrati di Sendak; dall’altra, la natura scenografica dell’opera impone una certa staticità: il movimento è affidato agli attori, non al disegno.
Hänsel e Gretel appaiono raramente tra le pagine – poiché erano presenti in scena – così il lettore finisce per diventare il vero protagonista: un bambino perduto nel bosco, a bocca aperta davanti alla casetta, quasi ipnotizzato da un’allucinazione visiva che esplode dopo tanto buio.
Gli alberi sembrano urlare, la casa muta forma, il bosco stringe il lettore in una morsa visiva. Il risultato è una tensione che non si scioglie mai del tutto, una bellezza che inquieta:
“I racconti in sé sono claustrofobici. Agiscono su due livelli: in primo luogo, come storie; in secondo luogo, come lo svolgimento di profondi drammi psicologici. Io non sono tanto interessato allo strato superiore, alla storia, quanto a ciò che penso.”
Eppure, nonostante tutto, i bambini vincono. Lo fanno con intelligenza, collaborazione, e uno sguardo che non si lascia ingannare dalle apparenze. Ed è in questo passaggio che la voce di King emerge con maggiore chiarezza:
“I maschi pensano ai tesori, ma le femmine pensano alle cose che contano davvero”, dice Gretel.
La Gretel di Stephen King è forte, lucida, coraggiosa. Non è soltanto la sorellina che salva il fratello, è colei che compie l’atto eroico e, così facendo, diventa adulta. Un mensch – una persona consapevole, responsabile – come direbbe Sendak.

King non si limita a riscrivere Hänsel e Gretel: ne estrae l’anima, cercando però di non snaturare la fiaba originale. Conserva i passaggi iconici, come la celebre filastrocca: “Rodi, rodi, formichina, chi è che mangia la mia casina?”, ma li rilegge attraverso dialoghi nuovi, una struttura onirica, e una riflessione profonda sulla natura del male. La strega ruba-bambini, la casa fatta di dolciumi, l’inganno che precede la predazione: tutto si inserisce perfettamente nella galleria di cattivi delle sue opere. Come scrive lui stesso:
“Direte che mi sono preso delle libertà con la storia narrata da Jacob e Wilhelm Grimm. È vero, e non me ne scuso”.
Così niente anatra magica che traghetta i fratelli verso casa – troppo comoda – ma sogni premonitori, presagi inquietanti, e una consapevolezza che cresce, pagina dopo pagina, nei due protagonisti.
“Penso che i bambini leggano il significato interiore di ogni cosa. Sono solo gli adulti a leggere lo strato superficiale la maggior parte delle volte. Sto generalizzando, ovviamente, ma scommetto che le mie illustrazioni non sorprendono i bambini. Sanno cosa c’è nei Grimm. Sanno che “matrigna” probabilmente significa madre, che l’espressione “fare il passo” è lì per evitare di spaventare molte persone anziane. I bambini sanno che ci sono madri che abbandonano i loro figli, emotivamente, se non letteralmente. A volte devono convivere con questo fatto. Non mentono a sé stessi. Non sopravviverebbero se lo facessero. E il mio obiettivo è non mentire mai loro.” Maurice Sendak

Il libro si apre con un angelo che impone il silenzio, come nel Talmud, dove si narra che prima della nascita un angelo posa il dito sul labbro del bambino per fargli dimenticare le vite passate. Un gesto che zittisce il lettore, un invito a entrare in ascolto, ad accogliere la fiaba con occhi nuovi, una sorta di avvertimento: qui si entra in una fiaba come si entra in un sogno. O in un incubo.
E si chiude come vuole la tradizione con un sole sorridente che avvolge tutto con i suoi raggi e la formula che tutti conosciamo: vissero tutti felici e contenti!

