CUORE NERO

di Elisabetta Marini
I libri normalmente possono suscitare nel lettore sensazioni positive o negative Nel mio caso avviene, in aggiunta, anche un altro effetto che non saprei definire precisamente. E’ una sensazione spontanea, irrazionale, che sgorga dal subconscio improvvisamente. E’ una sintesi improvvisa e incondizionata delle emozioni provocate dalla lettura sino a quella pagina. E si materializza attraverso uno o più aggettivi che mi sembra rappresentino l’essenza del romanzo.
Nel caso del bellissimo Cuore Nero, oltre al giudizio positivo conscio, il mio subconscio mi ha fatto esplodere nella mente gli aggettivi “potente” e “denso”.
Un libro potente in quanto, non solo la scrittura dell’Avallone è un fiume in piena che ti avvolge e ti trascina, ma anche lo sviluppo dei personaggi, il loro vissuto, il plot, le descrizioni dei luoghi (soprattutto di montagna), la quantità di eventi narrati, le situazioni raccontate -sempre al limite – sono travolgenti. Tutti questi elementi sono trattati dall’autrice con la forza e la convinzione di un giovane che, cinicamente, analizza le situazioni e le affronta con lo slancio, l’entusiasmo e la determinazione proprie della gioventù. Caratteristica rimasta nella scrittura dell’autrice nonostante siano passati quattordici anno dal pluripremiato e pluritradotto libro di esordio “Acciaio”.
Innumerevoli gli accadimenti narrati nel libro, denso di storie che si intrecciano e si fondono. Tutti i personaggi hanno le loro colpe e le loro ragioni, sono contemporaneamente vittime e carnefici. Ma tutta questa negatività dovuta a proprie scelte, a una rabbia irrefrenabile e incontenibile, a eventi sfortunati se non addirittura catastrofici sono il background da cui muovono i personaggi. Sono gli eventi che hanno inciso nella loro psiche e che hanno determinato il loro carattere e le loro scelte di vita che rappresentano la vera trama del libro. I personaggi sono tutti segnati da esperienze devastanti ma disposti, chi più e chi meno, a reagire e a ricrearsi un posto nel mondo, anche se con tempi a volte molto lunghi. “Emilia aveva questa incombenza colossale…: nascondere dietro il corpo l’intero passato. Solo che il suo corpo era esilissimo, e il suo passato gigantesco”.
L’Avallone se pur contraria al concetto di carcere minorile – in quanto si chiede come sia possibile rieducare e sviluppare in un ragazzo la capacità di vivere in un contesto sociale se da questo contesto viene escluso, se lo si allontana dal mondo – non getta croci sul personale coinvolto nella sorveglianza e nella rieducazione dei giovani detenuti. Al contrario, esalta la loro generosità nel prendere a cuore il loro futuro e la loro vita e nel dar loro la possibilità di istruirsi e di crearsi un nuovo spazio nel mondo. Elogia la professionalità delle assistenti sociali, delle psicologhe, della direttrice anche se chiamata “Frau direktorin”. Critica l’istituzione in senso astratto ma non la sua manifestazione concreta, umana. E questo riconoscimento dei meriti del personale assume ancor più valore al momento dei ringraziamenti, quando l’Avallone – oltre a elencare gli operatori da cui è stata aiutata – narra di aver avuto rapporti lunghi e consolidati con i reclusi del carcere minorile maschile di Bologna durante i suoi corsi di lettura e di scrittura. Tutto allora si concretizza: la ripetitività del quotidiano – “Le settimane passarono restando ferme. Gennaio diventò febbraio: nomi diversi per lo stesso freddo”– i sogni infranti, la solidarietà tra detenute, i gesti di autolesionismo, i desideri repressi, i sensi di colpa –“L’incredibile non è mai il mentre. L’attimo sconvolgente. E’ il lento, uniforme, inesorabile dopo”- Tutto diventa vero e non più finzione. “Altro che scuola: a me il carcere mi ha insegnato solo ad alzare la soglia del dolore”.
Il libro stesso è violenza, speranza, solidarietà. Sentimenti che i vari personaggi provano alternativamente. Ma raccontarne, anche a grandissime linee, la trama non è possibile. E’ un libro che o si descrive minuziosamente nei suoi numerosi intrecci e personaggi o si deve inevitabilmente ridurre – come sto facendo ora- a sensazioni e a temi generali.
Un’ opera di denuncia di tanti punti critici della società: l’abbandono della montagna, la decrescita che riduce il numero degli allievi nelle scuole, il dio denaro che fa passare sopra anche alle minime misure di sicurezza della vita degli altri, la violenza domestica sulle donne e sui bambini, l’ottuso perbenismo, la chiusura nei confronti dei diversi, la disperazione dei giovani costretti a salvarsi da soli. Ma tutto ha un suo risvolto positivo, c’è una possibilità di riscatto, una solidarietà anche dove meno te l’aspetti, una resilienza che può nascere oltre che da te stesso anche dai luoghi o dalle persone che ti circondano perché a scavarsi dentro, ad avere la pazienza e la volontà di cercarlo, alla fine, il buono è ovunque e in ognuno. “Perché si: se le chiamate in modo diverso, le cose cambiano “
SCELTI PER TE

Il cammino del morto, di Larry Mc Murtry, Ed. Einaudi, 554 pagine, pubblicato nel 2024.
Consiglio la lettura di questo libro soprattutto a chi, come me, non ha mai manifestato né interesse né tantomeno passione nei confronti del mondo western. Lo consiglio perché è una prima esperienza che supera ogni aspettativa. Nel corso delle prime cento pagine si è tentati di abbandonare la lettura a causa di alcuni dettagli non irrilevanti: la consecutio temporis inesistente nei numerosi dialoghi; troppi personaggi da memorizzare; scene violente; plot che sembra derivato direttamente da sceneggiature Holliwoodiane. Poi lentamente la meravigliosa e inimitabile penna di Mc Murtry armonizza ogni dettaglio e apparente imperfezione e ci fa penetrare in una realtà esagerata, dove continuamente viene richiesto al lettore di sospendere l’incredulità. Cosa che il lettore fa volentieri perché ormai catturato dalla maestosità dei paesaggi, dalla violenza della natura impietosa, dalla trama avvincente, dalla qualità del disegno dei personaggi, tutti archetipi di modelli umani. Con un crescendo travolgente l’autore trascina di capitolo in capitolo il lettore – ormai catturato, incuriosito e invogliato a “divorare” il libro – all’apoteosi finale, con una scena onirica, di stampo felliniano, della quale – grazie alla maestria della scrittura di Mc Murtry – riusciamo a percepire non solo le immagini ma anche i colori.

Gli artisti spiegati ai bambini (e ai loro genitori), di Gianluca Marziani, ed. Bizzarro Books, 100 pagine, pubblicato nel 2025.
Gianluca Marziani è un noto critico e curatore di mostre. Si occupa di promuovere l’arte nelle sue più attuali manifestazioni. Con questo libro fa un’ottima azione culturale e sociale cercando di introdurre all’arte i bambini. E lo fa nel modo più semplice e diretto: attraverso brevi schede in cui illustra, con linguaggio accessibile anche ai più piccoli, le caratteristiche di ogni artista da lui selezionato. Un disegno elementare, in bianco e nero, accompagna ogni scheda così che il bimbo possa cimentarsi nella sua imitazione. Ho definito questo libro un’ottima azione culturale e sociale perché molti sono i “vantaggi” che la sua lettura può portare ai genitori e ai bambini: facilita l’introduzione del concetto di bello (la bellezza salverà il mondo sosteneva Dostoevskij!); esalta la fantasia e la creatività (utili pilastri per una personalità in formazione); stimola l’esercizio della pazienza e della calma (per prevenire gli stress che potrebbero aggredire il bimbo da adulto); dà la possibilità al bimbo di conoscersi e di farsi conoscere meglio dai genitori. Per fare questo l’autore seleziona pittori la cui opera può più facilmente colpire l’interesse di un bambino e molti tra questi artisti appartengono al movimento dell’arte povera, facilmente riproducibile e senza limiti nella scelta e nell’utilizzo dei materiali. La lettura di questo libro è gradevole anche per gli adulti che possono, con facilità, scaricare da Internet le opere a colori degli artisti citati.
mail: elisabettamarini@womenlife.it

