BERNINI E I BARBERINI

di Irene Niosi

In Copertina: Pietro Bernini e Gian Lorenzo Bernini, Putto con drago, 1617 circa. Marmo, 55,9 x 52 x 41,5 cm The J. Paul Getty Museum, Los Angeles

Da poco acquistato dallo Stato italiano come opera autentica di Caravaggio, il ritratto del cardinale Maffeo Barberini – meglio conosciuto col nome di papa Urbano VIII – ha ottenuto un grande successo di pubblico quando, appena ritrovato, fu presentato   alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma nell’ultima grande rassegna dedicata al genio pittorico seicentesco. Ora è di nuovo protagonista per essere stato riconosciuto come il primo e più importante committente di Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598- Roma 1680). In linea con le precedenti mostre Palazzo Barberini propone un’altra importante esposizione dal titolo Bernini e i Barberini a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi, a sottolineare il sodalizio tra Gian Lorenzo Bernini e questa influente famiglia.

Il cardinale, poeta, letterato e affascinato anche dalle scoperte scientifiche, ancor prima di divenire papa, svolse un ruolo determinante nella cultura figurativa del Seicento come vero scopritore del grande scultore e architetto.  Il loro sodalizio intellettuale e personale  riveste dunque  grande importanza nell’affermazione del linguaggio artistico del loro tempo, un sodalizio che dette vita a una serie di capolavori presenti alla mostra che è composta da sei sezioni, ognuna dedicata a un aspetto cruciale del rapporto tra questi due grandi personaggi. Un percorso espositivo che va dagli esordi alla piena maturità di Gian Lorenzo Bernini e documenta il suo passaggio dal tardo manierismo paterno, proprio nel periodo successivo al travaglio spirituale della Controriforma quando la Chiesa cattolica vuole celebrare il suo trionfo di contro al rigorismo protestante.  

Gian Lorenzo Bernini, Monsignor Francesco Barberini, c. 1623, The National Gallery of Art, Samuel H. Kress Collection, marmo, 80.01 x 65.88 x 25.72 cm

Maffeo Barberini intuisce primo fra tutti la grandezza del giovane Bernini non ancora ventenne con l’acquisto nel 1617 della bellissima scultura del San Sebastiano da destinare nella Cappella Barberini di Sant’Andrea della Valle, oggi conservata nel Museo Thyssen- Bornemisza di Madrid

Gian Lorenzo aveva studiato l’arte classica del periodo ellenistico e approfondito la lezione di Michelangelo. Di questo primo periodo è il San Lorenzo del 1618 in cui oltre ad affiorare il ricordo dell’Adamo michelangiolesco della Sistina, proveniente dagli Uffizi nella Collezione Contini Bonacossi, già si avverte un precoce segno di maturità per il linguaggio stilistico nuovo e per la qualità del modellato dove il santo ha un’espressione estatica che sta a simboleggiare la forza della fede per superare il dolore del martirio. La vita dei santi infatti sarà interpretata   dallo scultore non con la superba fiducia della sola mente ma con il sentimento che fa comprendere i voleri divini, ovvero l’arte religiosa viene da lui rappresentata come arte sensibile con l’invenzione di un linguaggio comprensibile a tutti.

Ma quel che troviamo in tutti i suoi ritratti è soprattutto la prodigiosa tecnica nel rendere pittorico il marmo per ottenere la palpitante verità fisica ed emotiva del personaggio, dal busto del cardinale Francesco Barberini dove il volto bonario e interlocutorio è in contrapposizione alla serica e spiegazzata superficie della mantella, al ritratto di Costanza Bonarelli nella realistica e sensuale immagine di giovinetta da lui amata.

 Alla mostra per la prima volta viene anche esposta la galleria di ritratti degli antenati Barberini, capolavori in marmo scolpiti da Bernini, da Giuliano Finelli e da Francesco Mochi, oggi dispersi in collezioni pubbliche e private.

Un’attenzione particolare della rassegna è dedicata anche all’immagine e alla memoria di Urbano VIII, con busti in marmo e bronzo accostati a uno dei pochissimi dipinti attribuiti con certezza a Gian Lorenzo, incoraggiato dallo stesso cardinale a cimentarsi in questo ambito. Pochi sono i dipinti giunti fino a noi anche se il figlio Domenico parla dell’esistenza di almeno centocinquanta opere pittoriche. Io ho avuto la fortuna, da giovane laureata, di lavorare nel reparto di dipinti antichi della Christie’s di Roma proprio quando passò in asta e venne notificato il bellissimo dipinto, verosimilmente un suo autoritratto, David con la testa di Golia che da Maurizio Fagiolo dell’Arco venne considerato vicino alla statua marmorea della Galleria Borghese e alle illustrazioni dei Carmina di Maffeo Barberini che datò intorno al 1625.

Gian Lorenzo Bernini, Ritratto di Costanza Bonarelli, 1637-1638 ca., marmo, h 74.5 cm, Firenze, Museo Nazionale del Bargello. Su concessione del Ministero della Cultura – Galleria dell’Accademia di Firenze e Musei del Bargello.

Sono inoltre esposti disegni, incisioni e modelli che permettono di approfondire il ruolo dell’artista nei grandi cantieri di San Pietro, dal Baldacchino al rimodellamento della crociera fino al monumento funebre di Urbano VIII, cuore simbolico del pontificato e della stagione berniniana.

Quest’anno ricorre anche il quattrocentesimo anniversario della consacrazione della nuova Basilica di San Pietro (1626), uno dei momenti più alti del Barocco romano e dell’attività berniniana, in cui si presenta l’occasione per ripensare alle origini di questo periodo artistico così significativo e unicoche è ancora una questione rimasta apertaC’è chi colloca questo periodo di così grande importanza intorno al 1600 con Carracci e Caravaggio e chi lo vede affermarsi pienamente negli anni Trenta del Seicento con Bernini, Pietro da Cortona e Borromini.

Bernini insieme al suo mecenate sente sia l’arte profana che quella religiosa come emozione e partecipazione, è un’esperienza che sempre si rinnova. Come architetto e scultore darà moto a qualunque composizione creando svariatissimi punti di vista che prolungano e rinnovano nel tempo e nello spazio l’effetto iniziale con un linguaggio personale di travolgente potenza espressiva così da dominare la scena artistica per mezzo secolo.

La sua sconfinata inventiva si trova ovunque: slancia le colonne tortili del Baldacchino di San Pietro avvitate liberamente allo spazio, incurva secondo ellissi per i molteplici punti di vista la Chiesa di Sant’Andrea della Valle, trasforma la fontana di Piazza Navona nello spettacolo esotico della flora e della fauna di tutto il mondo che sorreggono l’ago dell’obelisco romano. Progetta con enormi concavità e convessità il palazzo Reale del Louvre, il monumento laico più significativo del barocco dove il corpo dell’edificio per la sua materia flessa ed articolata, sia pure con l’uso di membrature classiche, ci dà la misura del suo genio.

E infine Piazza San Pietro con la sua scenografia a effetto ma realizzata non per l’effimero tempo dello spettacolo ma per l’eternità: le colonne doriche ripetute per quattro volte che convergono dalla facciata della chiesa a determinare il sacrato e che divergono con due amplissime curve formando la possente ellisse a tenaglia, la loro altezza e grandezza che   si sventaglia e si ricompone di continuo durante il nostro procedere e infine la straordinaria elasticità dei colonnati se visti dall’alto, la loro  possanza se visti da vicino. Tutti esempi che avvalorano la grandiosità del Barocco romano inventato da Bernini che rappresenta il culmine di un’esplosiva quanto irripetibile stagione.

Segnalo: BELLE ÉPOQUE. Pittori italiani a Parigi nell’età dell’Impressionismo

Ancora fino al 7 aprile a Pisa Palazzo Blu dedica una grande mostra BELLE ÉPOQUE. Pittori italiani a Parigi nell’età dell’Impressionismo che esplora la nascita della modernità artistica ed europea attraverso i capolavori di Giovanni BoldiniGiuseppe De Nittis e Federico Zandomeneghi, protagonisti assoluti della scena parigina a cavallo tra Otto e Novecento.  Avrò modo di tornare a scrivere di Palazzo Blu e della sua fondazione a cui va il merito di aver rilanciato nel corso di questi ultimi anni l’offerta culturale pisana, diventando un centro espositivo di rilevanza nazionale.


Giuseppe De Nittis – Ritorno dalle corse, 1875, Olio su tela, 58,1 x 114,6 cm
Philadelphia Museum of Art: dono di John G. Johnson per la W. P.
Wilstach Collection, (W1906-1-10)


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