DA FRAMMETNO A GIOIELLO: A VULCANO LA BELLEZZA SOSTENIBILE CHE RINASCE DAL PASSATO

di Madia Mauro


È stato a Vulcano, in una di quelle giornate in cui il mare sembra riflettere tutta la luce delle Eolie e l’isola invita naturalmente a rallentare, che, passeggiando lungo la via principale, mi sono lasciata attirare da una bottega dal nome rivelatore: Frammento. Al suo interno, un’artigiana gentile mi ha mostrato le diverse creazioni, quasi tutte realizzate a mano: vecchi piatti di porcellana inglese, recuperati e trasformati con cura in ciondoli, orecchini e piccoli oggetti preziosi. Le maioliche d’epoca, rimaste esemplari unici dopo la rottura o la perdita degli altri elementi del servizio, o semplicemente dimenticate per anni in fondo a una credenza, invece di diventare uno scarto hanno trovato una seconda vita. Ho osservato a lungo i piccoli tesori, tra cui un ciondolo raffigurante un’amazzone a cavallo. Sul retro, impreziosito da una pagina di libro sulla quale si distinguono ancora alcune parole, si cela un dettaglio inatteso, il richiamo al mondo della filosofia: Denis Diderot. Una scelta davvero illuminata! Ho così deciso di acquistarlo, con la sensazione di portare con me non soltanto un ricordo, ma la piccola traccia di una storia lontana.

La bellezza di questi manufatti risiede nei materiali materia da cui derivano. Ogni elemento viene scelto, lavorato, sagomato e levigato con cura, mantenendo intatti i suoi caratteri originari. Sono i colori, i decori, le piccole irregolarità e i segni lasciati dal tempo a rendere il gioiello unico e irripetibile. Il processo creativo mi è sembrato in sintonia con lo spirito dell’isola, su cui convivono natura potente, terra e mare, un luogo in cui il paesaggio ricorda continuamente quanto sia importante rispettare ciò che abbiamo intorno. Il piccolo laboratorio sembra muoversi nella stessa direzione: non consumare per sostituire, ma salvare per trasformare, non cercare qualcosa di nuovo, ma imparare a riconoscere il valore di ciò che esiste. Il risultato è un’opera che mostra elementi di contemporaneità, pur conservando il fascino antico. In un’epoca dominata dalla produzione continua di oggetti destinati a essere sostituiti velocemente, un monile ricavato da un vecchio piatto racconta una storia di rispetto e responsabilità. Il suo stesso concepimento è un invito alla lentezza, alla cura, alla scelta consapevole. Non è un caso che produzioni di questo tipo siano sempre più diffuse e che il riuso e l’economia circolare costituiscano ormai un punto chiave del design moderno. Recuperare non significa soltanto evitare uno spreco, ma dare ascolto a ciò che sembrava aver esaurito il proprio ciclo. Senza dimenticare che la stoviglia ritrovata porta con sé anche una dimensione poetica. Forse è appartenuta a una casa, ha accompagnato pranzi e cene, ha fatto parte di una tavola apparecchiata per occasioni speciali. Forse è stata acquistata molti anni fa, quando quei motivi decorativi erano di moda, oppure è un dono arrivato da lontano, prima di finire in un mercatino. È questa memoria invisibile, racchiusa in una materia che ha già vissuto, a donare a ogni pezzo un fascino misterioso.

La signora mi ha parlato del suo lavoro e del tempo necessario per promuoverlo. Tempo che, spesso, a chi porta avanti un’attività da solo, non basta mai. La sua attività non è ancora online. Nessun palcoscenico sulle piattaforme, nessun canale di vendita alternativo, nessuna vetrina capace di raggiungere chi è lontano. Solo parole e emozioni condivise a voce con turisti e forestieri.

Penso davvero che ci siano oggetti che meritano di essere guardati con occhi diversi. A Vulcano, questo piccolo e delizioso frammento ha trovato una nuova forma e da qui, senza smettere di sussurrare il proprio passato, ha intrapreso un altro viaggio.


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