IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO: IL CORAGGIO DI RACCONTARE UNA MATERNITÀ SENZA REDENZIONE

di Alessandra Mattirolo


«Mia madre puzza». È la frase choc con cui Antonio Franchini apre il suo libro e che Edoardo De Angelis conserva nel film, affidandole, anche sullo schermo, la stessa forza dirompente. È un incipit aggressivo, sgradevole, offensivo, ma al tempo stesso coraggioso. In tre parole il regista fa a pezzi il cliché dell’amore materno. Siamo, casomai, al cliché opposto: quello della madre narcisista che tenta di soffocare, fino a strangolare metaforicamente, la propria progenie. Il film, in concorso a Venezia 83, sarà prossimamente in sala con 01 Distribution.

Siamo a Milano, nell’appartamento di Antonio (Lino Musella), che proprio per fuggire lontano da una madre opprimente ha lasciato Napoli per costruirsi una vita. Ha sposato Benedetta (Elena Radonicich), è diventato un editore di successo e padre di due figli ventenni: Valentina (Nicole Malaj), vegetariana convinta, e Andrea (Samuele Mazza), ballerino di danza classica. «Una scema e un ricchione», secondo la nonna Angela, che vede nei nipoti tutto ciò che detesta.

È Natale. Angela sale a Milano per trascorrere le feste in famiglia e il dramma ha inizio. De Angelis muove la telecamera tra cucina e salotto, trasformando gli ambienti in un ring dove Angela sferra i suoi colpi più duri, fatti di insulti, umiliazioni e battute feroci, dando sfogo al peggio della mezza cultura dell’ignoranza: qualunquismo, razzismo, egoismo, opportunismo.

Avevo letto il libro autobiografico di Franchini e sono entrata in sala con la curiosità di vedere come quella materia così personale sarebbe stata trasformata in un film. La versione cinematografica di De Angelis, scritta insieme a Ilaria Macchia e Francesco Piccolo, compie una scelta precisa: comprime il romanzo in una sola serata, spostando il baricentro sul personaggio di Angela e lasciando il figlio Antonio (un bravissimo Lino Musella), che per tutta la vita aveva cercato di liberarsi dalla madre, più in ombra, passivo, quasi arreso.

Angela, una grandiosa Vanessa Scalera, resa celebre dalla serie di Imma Tataranni, finisce per occupare quasi tutto lo spazio. La Scalera lavora sulla voce, sui gesti, sulla fisicità e riesce a dominare ogni scena. Ed è in questo ambiente asfittico e claustrofobico che la resa dei conti si tramuta spesso in commedia. L’esagerazione chiama la risata. Come quando la protagonista perde la sua battaglia con un cappone vivo che dovrebbe finire in forno, ma che invece svolazza vittorioso e viene coccolato da una famiglia che, a detta di Angela, «ha meno coglioni di un cappone».

La cucina diventa una sala degli orrori. Angela frigge, impasta, inforna, esagera negli ingredienti. Litri di olio sfrigolante si mescolano alla cenere della sigaretta perennemente tra le sue labbra. Nemmeno quel nutrimento fisico può dare consolazione. Cosa resta del legame indissolubile tra madre e figlio? È qui che il regista concede solo un minimo di consolazione. Non si può cancellare la propria storia. Di fronte al declino fisico di una madre sfibrata dall’intensità della sua natura, Antonio prova un attimo di commozione.

Quel legame primordiale non è un porto sicuro, ma un incendio che brucia senza mai consumarsi, un rogo, appunto, che ci si porta dietro anche dopo essere fuggiti dall’altra parte del mondo senza via di scampo.

Il film, molto applaudito in sala a Venezia, è stato invece stroncato dalla stampa estera. Soprattutto la critica del mondo anglosassone non ha apprezzato la teatralità della pellicola. Quella sorta di «Natale in casa Cupiello» in versione contemporanea viene considerata dal Guardian eccessivamente urlata, mentre per Variety il dramma familiare manca della sufficiente profondità psicologica.

Secondo me, invece, il film resta valido. È ben curato sia nel testo sia nella regia. E ha il merito di affrontare un tabù ancora poco raccontato: la possibilità che una madre possa ferire, umiliare, dominare e lasciare ferite profonde. Il fuoco che ti porti dentro riesce a guardare proprio lì, senza cercare alcuna assoluzione.


mail: alessandramattirolo@womenlife.it