LUDOVICO IL MORO, IL MECENATE CHE SUO MALGRADO AMAVA IL POTERE

di Andrea La Rovere


Se il Rinascimento fosse Broadway, Ludovico Maria Sforza, detto il Moro, non sarebbe un principe illuminato, ma il produttore paranoico che spende tutto il budget in scenografie, assume Leonardo da Vinci come consulente creativo, trasforma Milano in una capitale del lusso culturale e poi rovina tutto con una serie di errori strategici che manco Zverev quando gioca contro Sinner.

Ludovico, intanto, non nasce destinato al potere. È quartogenito, quindi nella linea di successione ha più o meno le stesse possibilità che ha un concorrente di X Factor eliminato alla prima puntata di vincere Sanremo. Però, come spesso accade nel Rinascimento, tra morti improvvise, congiure, bambini eredi e parenti affettuosi come i leoni con le gazzelle, anche un quarto figlio può farsi venire delle idee.

Per dire, il suo marchio, “il Moro”. La madre, Bianca Maria Visconti, alla sua nascita nel 1452 lo definì un “bello fiolo”, aggiungendo però che era il più “sozo” dei suoi figli. Nel volgare dell’epoca non significava “zozzo”, ma indicava una carnagione scura, olivastra, poco in linea con quel pallore da salma aristocratica che andava molto nelle corti europee.

Se vi sembra un tantino razzista, bene, lo è.

Ludovico, che stupido non era, trasforma il presunto difetto in brand. Capelli neri, pelle scura, aria da duro, diventa il tipo dark del Rinascimento. Il soprannome richiama anche il gelso, morus, legato alla produzione della seta, che sotto gli Sforza è un elemento importante dell’economia milanese. In pratica, Ludovico fa una cosa molto moderna. Prende un tratto personale, lo impacchetta bene e lo collega al rilancio industriale del territorio. Io sono il Moro, io porto la seta, io sono la Milano che fattura, taaac.

La scalata al potere non è il massimo dell’eleganza. Dopo l’assassinio del fratello Galeazzo Maria Sforza, il ducato passa al piccolo Gian Galeazzo, figlio legittimo ma troppo giovane per governare. La reggenza spetterebbe alla madre, Bona di Savoia. Ludovico si presenta come zio premuroso, consigliere responsabile, uomo di famiglia. In realtà sta preparando la presa del Ducato di Milano con la delicatezza di uno che ti ruba l’account e poi cambia pure la password.

Bona viene poco alla volta messa ai margini e spedita ad Abbiategrasso, mentre Gian Galeazzo finisce nella dorata irrilevanza del castello di Pavia. Ufficialmente è ancora lui il duca, nei fatti lo zio prende tutte le decisioni.

Ludovico non è il tipo del condottiero dalla spada sguainata, è molto più pericoloso. Ludo è un burocrate del crimine politico. Elimina gli ostacoli con atti, pressioni, manovre, sorrisi e documenti. Una banalità del male in versione Rinascimento.

Una cosa buona la fa, per i motivi sbagliati, ça va sans dire, per coprire l’odore di usurpazione investe in bellezza. Sa che se il popolo ti vede inaugurare chiese, chiamare artisti, sistemare canali e trasformare la città in un gioiello, si dimentica che al potere ci sei arrivato facendo fuori un ragazzino.

E allora, ecco Leonardo da Vinci.

Il genio discontinuo si propone al Moro come ingegnere militare, progettista di ponti, cannoni, macchine da guerra, marchingegni futuristici in una lettera famosa come quella di Totò e Peppino.

Ludovico lo prende a corte subito, per lui è come avere l’iPhone mentre gli altri usavano ancora il piccione viaggiatore. Non consegna sempre nei tempi, certo. Per dire, il Cavallo di bronzo per Francesco Sforza lo stiamo ancora aspettando e L’Ultima Cena, capolavoro assoluto, si rovina prima ancora che i tredici arrivino al dessert.

Però avere Leonardo è come dire: “Il genio più grande d’Europa lavora per me”. Uno status symbol.

Milano diventa una capitale culturale, anche se Ludo lo fa solo per ripulirsi l’immagine.

Sul piano sentimentale il Moro gestisce la situazione con la lucidità di uno che manda lo stesso messaggio romantico a due chat diverse e poi si stupisce del disastro. La sua amante più celebre è Cecilia Gallerani, la Dama con l’ermellino, colta, elegante, capace di conversare in latino e di incarnare perfettamente il prestigio della corte milanese.

Beatrice d’Este è la moglie ufficiale. Giovane, intelligente, ambiziosa, per nulla disposta a fare la comparsa nella vita coniugale del marito. Tra Bea e Ceci finisce subito male, ma la seconda si consola con una buonuscita sontuosa.

Intanto, come a ogni buon intrigante, anche al Moro cresce una paranoia sempre più evidente che lo fa vivere nel sospetto di tradimenti, veleni, congiure, presagi.

Nel 1494 muore Gian Galeazzo, il duca legittimo, a soli ventiquattro anni. Ludovico nega, ma tutti lo guardano storto.

Poco male, è finalmente duca, appena in tempo per trovarsi un problema più grosso, la Francia.

È lui che invita Carlo VIII in Italia per contrastare il Regno di Napoli e sistemare i propri equilibri politici. Una mossa da manuale, un po’ come quando fai entrare il vampiro in un celebre cliché horror. I francesi hanno un esercito moderno e mostrano che un raffinato sistema di alleanze, matrimoni e intrighi funziona finché non arrivava qualcuno con i cannoni veri.

Ludovico pensava di usare la Francia, ma succede l’opposto. E da lì comincia una frana politica che cambierà gli equilibri della penisola.

Quando muore Beatrice d’Este, il Moro sprofonda nei suoi sospetti e nelle sue mosse sbagliate, quelle dove la moglie spesso metteva una pezza.

Quando Luigi XII di Francia rivendica Milano per discendenza viscontea, per Ludovico è la fine.

Il finale è grottesco. Nel 1500, dopo aver riconquistato Milano per poco, Ludovico si trova assediato a Novarae le sue truppe mercenarie svizzere non vogliono combattere contro altri svizzeri al soldo dei francesi.

Il Moro tenta allora la fuga travestendosi da soldato svizzero. L’usurpatore, il grande mecenate, il signore di Milano, ridotto a fuggire travestito come un Mussolini qualunque: da Duca a Duce il passo è breve e ridicolo. Viene riconosciuto e catturato. Fine dello show.

Portato in Francia, Ludovico passa gli ultimi anni nel castello di Loches. L’uomo che aveva ospitato Leonardo e governato Milano finisce chiuso in una cella, dove muore il 27 maggio 1508. Secondo una leggenda, muore “di gioia” dopo aver saputo di una possibile liberazione. Non è così, ma tutto sommato qualche gioia, non volendo, la regala a noi ancora oggi coi risultati del suo mecenatismo.


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