CECILIA GALLERANI

di Andrea La Rovere
Tutti abbiamo in mente il viso di Cecilia Gallerani, e se il nome non vi dice nulla, provate a immaginare una ragazza del Rinascimento con in braccio un ermellino. Anzi, un furetto che il genio di Leonardo vi spaccia per qualcos’altro da secoli.
E sì, Ceciliona nostra è proprio “La Dama con l’ermellino”, ma è anche molto altro.
La sua figura è infatti uno dei vertici femminili della cultura rinascimentale italiana. Trovatasi al centro della corte milanese di Ludovico il Moro, Cecilia non è soltanto la “favorita” di uno dei principi più potenti d’Europa, ma una donna capace di affermarsi tra il Quattrocento e il Cinquecento, un periodo in cui la bellezza è usata come merce di scambio, grazie a intelligenza e cultura.
Le origini di Cecilia Gallerani non sono nobili. Nasce a Milano nel 1473, figlia di Fazio Gallerani e Margherita Busti. Il padre ha ruoli di alto profilo diplomatico, la madre viene da una stirpe di eminenti uomini di legge. Cecilia gode di un’educazione di altissimo livello, cosa rara per una donna dell’epoca. Impara il latino, la letteratura e la musica, sviluppando quel talento poetico che le varrà il titolo di “Musa decima” dai contemporanei.
L’infanzia di Cecilia è però segnata dalle strategie matrimoniali dell’epoca. Nel 1483, alla tenera età di dieci anni, è promessa in sposa a Giovanni Stefano Visconti di Crenna, unione che non sarà mai consumata, probabilmente per l’intervento dello stesso Ludovico il Moro, acceso d’amore e gelosia per la ragazza.
Cecilia Gallerani entra nella corte del Moro nel 1485, quando ha dodici o tredici anni. Nonostante sia una ragazzina, Cecilia si distingue subito per un mix di bellezza acerba e maturità intellettuale che colpisce il duca, reggente del ducato in nome del nipote Gian Galeazzo, di cui la povera Cecilia è di quattro anni più piccola. Avete capito bene, Gian Galeazzo è troppo giovane per governare, Cecilia – ancora più giovane – è già buona per essere l’amante del Moro, quasi quarantenne.
Cecilia è però svelta e si rigira Ludovico come un calzino bucato. Non viene relegata al semplice ruolo di “divertimento”, ma trattata con onori eccezionali. Vive in appartamenti lussuosi nella Rocchetta del Castello Sforzesco, diventando il fulcro di una vera corte parallela. La sua presenza è pubblicamente riconosciuta, al punto che il segretario Vincenzo Calmeta scrive sconcertato che il Moro le tributa premure “che non a femina, ma a mogliere sariano state convenienti”. La sua posizione non è dovuta solo all’attrazione fisica, ma alla sua grande intelligenza. Cecilia discute di filosofia, compone versi e suona strumenti musicali, facendo amicizia con Leonardo da Vinci, altro “giocattolo” del Moro.
Non solo, un documento del maggio 1489 mostra come la quindicenne Cecilia sia la firmataria di una petizione rivolta al Moro per chiedere la restituzione di terre confiscate al padre. Insomma, manipola quel fesso del Ludovicone per fare gli interessi della sua famiglia, la drittona.
Tra il 1488 e il 1490, Cecilia Gallerani posa per Leonardo da Vinci e il risultato è la Dama con l’ermellino, l’opera che ridefinisce i canoni del ritratto. Il dipinto rompe con la tradizione del ritratto di profilo, una vera rivoluzione. Cecilia è ritratta a mezzo busto, con il corpo rivolto verso sinistra e la testa che ruota improvvisamente verso destra, come se fosse stata richiamata da qualcuno all’esterno dell’inquadratura.
L’ermellino non è un elemento decorativo, ma un’allegoria che lega Cecilia al Moro.
Il fragile equilibrio che permette a Cecilia di fare il bello e il cattivo tempo si spezza nel gennaio 1491, quando il duca si sposa con Beatrice d’Este, figlia del duca di Ferrara.
Ma come, direte, tanto gli tremavano i mutandoni per Ceci che si sposa un’altra? E sì, quella volta il matrimonio non è mai un’unione privata, ma un pilastro della politica. E a Sforza fa comodo l’alleanza con gli Este. A Beatrice, giustamente, non va giù la presenza della rivale nel palazzo.
Cecilia, nonostante la cultura e il dettaglio non da poco del figlio maschio appena nato da Ludovico, deve sloggiare. È qui che Cecilia dimostra un’intelligenza superiore. Capisce che la sua stagione come favorita è finita e negozia un ritiro conveniente invece di tentare una resistenza che la porterebbe alla rovina.
Si becca così il feudo di Saronno come riconoscimento per la nascita del figlio Cesare e, nel 1492, si trova pure un marito di suo gradimento, il conte Ludovico Carminati di Brembilla, una sorta di “pensionamento di lusso” lontano dalle beghe della corte milanese.
Cecilia diventa Signora del feudo e smentisce l’immagine della donna rinascimentale come figura passiva. Trasforma l’antica rocca militare in una splendida dimora nobiliare e in un centro culturale di prim’ordine, ricreando in provincia l’atmosfera intellettuale che aveva animato a Milano. Continua a coltivare la passione per le lettere, scrivendo poesie in volgare e in latino.
La sua reputazione è tale che Vincenzo Calmeta scrive che “tutti gl’ingegni della sua età da sommo desiderio di conoscerla erano accesi”.
Cecilia si dimostra anche una pragmatica amministratrice del patrimonio e, quando rimane vedova, assume la piena gestione della contea.
Per colmo d’ironia, Cecilia diventa grande amica di Isabella d’Este, marchesa di Mantova e sorella della sua ex-rivale Beatrice, un legame basato sulla comune passione per l’arte.
Nel 1498, Isabella chiede in prestito a Cecilia il ritratto fatto di Leonardo, e Cecilia la avverte che il quadro non le è più somigliante, perché dipinto quando lei era “molto giovane”. Un distacco filosofico dalla transitorietà della bellezza che solo una mente acuta come la sua può avere. Il rapporto tra le due donne è così saldo che Cecilia viene scelta come madrina al battesimo di Isabella Sforza nel 1503.
Cecilia è la donna che trasforma il sacrificio in un’opportunità di potere autonomo. Quando muore nel 1536, lascia dietro sé non solo l’immagine immortale del ritratto di Leonardo, ma anche l’esempio di una donna forte e autodeterminata. Ludovico il Moro finisce i suoi giorni prigioniero in Francia, mentre Cecilia, “la favorita” mantiene il suo prestigio e la sua libertà d’azione, morendo nel suo feudo, circondata dal rispetto dei letterati che aveva protetto.

