JACOPONE DA TODI

di Andrea Simi


Più di settecento anni fa Jacopone, al secolo Jacopo dei Benedetti, prese i voti dopo essere rimasto vedovo e divenne uno dei primi seguaci di san Francesco.

Venerato come beato dalla chiesa cattolica, fra’ Jacopone è l’autore di molte laude sacre, componimenti a sfondo religioso destinati al canto (proprio da una lauda di san Francesco, il “Cantico delle creature”, si fa generalmente partire il percorso della poesia italiana).

Di queste, fra le più celebri e certamente la più drammatica, è quella qui riportata, generalmente nota come “Pianto della Madonna”, dove – in forma dialogica diretta, al presente – sono rivissute attraverso le tre voci del Nunzio, di Maria e di Gesù, la passione e la morte del Cristo.

Il ritmo è incalzante e, sullo sfondo, la folla inferocita e assetata di sangue fa la parte del coro, proprio come in una scena del melodramma italiano ottocentesco.

L’azione è crudamente descritta nel realismo dei dettagli della crocifissione, e la scena è inondata, quasi sommersa dalla disperazione della madre. La lauda sacra si fa qui rappresentazione del dramma umano di Maria e dal testo scompare quasi ogni traccia del fine di redenzione generale per cui il crudele destino di suo figlio si compie. Qui non alberga speranza, e la disperazione risulta ancor più accentuata da un linguaggio discorsivo, quasi familiare, che risente evidentemente delle origini umbre dell’autore.

Donna de Paradiso

«Donna de Paradiso,

lo tuo figliolo è preso

Iesù Cristo beato.

Accurre, donna e vide

che la gente l’allide;

credo che lo s’occide,

tanto l’ò flagellato».

«Come essere porria,

che non fece follia,

Cristo, la spene mia,

om l’avesse pigliato?».

«Madonna, ello è traduto,

Iuda sì ll’à venduto;

trenta denar’ n’à auto,

fatto n’à gran mercato».

«Soccurri, Madalena,

ionta m’è adosso piena!

Cristo figlio se mena,

como è annunzïato».

«Soccurre, donna, adiuta,

cà ’l tuo figlio se sputa

e la gente lo muta;

òlo dato a Pilato».

«O Pilato, non fare

el figlio meo tormentare,

ch’eo te pòzzo mustrare

como a ttorto è accusato».

«Crucifige, crucifige!

Omo che se fa rege,

secondo la nostra lege

contradice al senato».

«Prego che mm’entennate,

nel meo dolor pensate!

Forsa mo vo mutate

de que avete pensato».

«Traiàn for li latruni,

che sian soi compagnuni;

de spine s’encoroni,

ché rege ss’è clamato!».

«O figlio, figlio, figlio,

figlio, amoroso giglio!

Figlio, chi dà consiglio

al cor me’ angustïato?

Figlio occhi iocundi,

figlio, co’ non respundi?

Figlio, perché t’ascundi

al petto o’ si lattato?».

«Madonna, ecco la croce,

che la gente l’aduce,

ove la vera luce

déi essere levato».

«O croce, e que farai?

El figlio meo torrai?

E que ci aponerai,

che no n’à en sé peccato?».

«Soccurri, plena de doglia,

cà ’l tuo figliol se spoglia;

la gente par che voglia

che sia martirizzato».

«Se i tollit’el vestire,

lassatelme vedere,

com’en crudel firire

tutto l’ò ensanguenato».

«Donna, la man li è presa,

ennella croc’è stesa;

con un bollon l’ò fesa,

tanto lo ’n cci ò ficcato.

L’altra mano se prende,

ennella croce se stende

e lo dolor s’accende,

ch’è plu multiplicato

.

Donna, li pè se prènno

e clavellanse al lenno;

onne iontur’aprenno,

tutto l’ò sdenodato».

«Et eo comenzo el corrotto;

figlio, lo meo deporto,

figlio, chi me tt’à morto,

figlio meo dilicato?

Meglio aviriano fatto

ch’el cor m’avesser tratto,

ch’ennella croce è tratto,

stace descilïato!».

«O mamma, o’ n’èi venuta?

Mortal me dà’ feruta,

cà ’l tuo plagner me stuta,

ch’el veio sì afferato».

«Figlio, ch’eo m’aio anvito

figlio, pat’e mmarito!

Figlio, chi tt’à firito?

Figlio, chi tt’à spogliato?».

«Mamma, perché te lagni?

Voglio che tu remagni,

che serve mei compagni,

ch’êl mondo aio aquistato».

«Figlio, questo non dire!

Voglio teco morire,

non me voglio partire

fin che mo ’n m’esc’ el fiato.

C’una aiàn sepultura,

figlio de mamma scura,

trovarse en afrantura

mat’e figlio affocato!».

«Mamma col core afflitto,

entro ’n le man’ te metto

de Ioanni, meo eletto;

sia to figlio appellato.

Ioanni, èsto mea mate:

tollila en caritate,

àginne pietate,

cà ’l core si à furato».

«Figlio, l’alma t’è ’scita,

figlio de la smarrita,

figlio de la sparita,

figlio attossecato!

Figlio bianco e vermiglio,

figlio senza simiglio,

figlio, e a ccui m’apiglio?

Figlio, pur m’ài lassato!

Figlio bianco e biondo,

figlio volto iocondo,

figlio, perché t’à el mondo,

figlio, cusì sprezzato?

Figlio dolc’e placente,

figlio de la dolente,

figlio àte la gente

mala mente trattato.

Ioanni, figlio novello,

morto s’è ’l tuo fratello.

Ora sento ’l coltello

che fo profitizzato.

Che moga figlio e mate

d’una morte afferrate,

trovarse abraccecate

mat’e figlio impiccato!».


mail: andreasimi@womenlife.it