TRE, IL NUMERO DELLA VITA

di Anna Michela Borracci


Il numero tre ricorre in molti sistemi antichi, associato all’armonia, alla crescita e alla completezza.

Nel taoismo è unione tra l’interezza del Tao e la dualità Yin/Yang, passaggio tra un’unità originaria e la molteplicità del reale.

“Il Tao genera l’Uno, l’Uno genera il Due, il Due genera il Tre, il Tre genera tutte le cose.” (TaoTe Ching di Laozi).

Nell’antica medicina cinese, è il numero dell’uomo e dello spazio di mezzo, in quanto sintesi tra il cielo (l’uno, origine di ogni cosa) e la terra (il due, la coppia indivisibile degli opposti) ed è legato all’elemento legno che è associato alla primavera, alla nascita e crescita.

Nella filosofia indiana e nello yoga il numero tre ricorre continuamente, associato sia al divino che alla natura, con significati anche diversi secondo la tradizione filosofica.

Tutte le scritture affermano che esiste un unico Essere Supremo che si manifesta in una moltitudine di forme. La Trimurti rappresenta la sintesi di tre forme del divino che presiedono alla natura ciclica della vita costituita da nascita, crescita e morte. Brahma è il creatore, Vishnu il preservatore e protettore, Shiva rappresenta la trasformazione e dissoluzione. Shiva, nella forma metà Shiva e metà Parvati, simboleggia anche l’unione tra il principio maschile e la potenza femminile (la Shakti) che rende possibile il movimento di cambiamento della vita e di trasformazione e rigenerazione.

Le tre divinità esprimono le qualità della natura naturante inerenti alla creazione: i tre “guna”.

Nel XIV canto della Bhagavad Gita, (uno dei testi più sacri all’induismo, parte dell’epopea del Mahābhārata) il dio Krishna spiega al principe Arjuna il principio costitutivo del reale, che conferisce a tutto ciò che esiste la sua caratteristica particolare.

 “Sattva, Rajas e Tamas: tali sono le qualità uscite dalla natura naturante; son esse che incatenano al corpo l’immutabile incorporato […] Coloro che risiedono nel sattwa stanno in alto, i rajasici stanno nel mezzo, i tamasici, che dimorano nel modo di esistenza della qualità inferiore, vanno verso il basso”.

Sattva è la qualità più sottile della mente, la più pura, immacolata e luminosa. Nella vita si manifesta come piacere della conoscenza. Rappresenta la porta per entrare in connessione profonda con la coscienza e con l’anima universale che in essa si rispecchia. Dona equilibrio e stabilità, chiarezza e sicurezza in sé stessi.

Rajas è l’energia dell’azione e del movimento, è la passione che muove le cose, la creatività, il desiderio, motore della trasformazione e del cambiamento, anima e scalda la vita.

Tamas, all’opposto, rappresenta l’oscurità, l’inerzia, la pesantezza, qualità fondamentali per sentirsi radicati nella nostra casa terra. È ciò che si sedimenta nel fondo del nostro inconscio e ci nutre, è il “caos” esistenziale che fa da substrato alla vita.

Ognuna di queste tre qualità sostiene le altre e ci lega alla nostra natura, plasmando ogni aspetto del corpo e della mente, determinando la nostra costituzione.

Tre sono anche gli stati della mente dell’uomo, ben descritti da Swami Sivananda, un medico, filosofo e maestro Yoga, autore di diversi libri tra cui “La mente, i suoi misteri e il suo controllo”.  Essi sono veglia, sogno, sonno profondo.

Nello stato di veglia ci identifichiamo con il nostro corpo fisico, “io sono” in contrapposizione al mondo esterno. Siamo il soggetto, mentre il mondo esterno è l’oggetto della nostra percezione.

Nello stato di sogno la mente è staccata dal mondo, elabora le impressioni fornite dalla coscienza nello stato di veglia. La realtà esterna è creata dalla mente che diviene soggetto e oggetto di uno spettacolo illusorio, ma altrettanto evidente quanto la realtà.

Lo stato di sonno profondo rappresenta la cessazione di ogni forma di coscienza empirica, e quindi di ogni desiderio o dolore. È lo stato meditativo in cui il mondo scompare sia come oggetto esterno alla mente che come oggetto interno alla mente. La coscienza, priva di esperienze, con i sensi ritirati verso l’interno, entra nella condizione del testimone ed è unificata al tutto.

Questo “tutto” è contenuto, nella sua potenza, nel mantra Om o A-U-M, suono primordiale della creazione dell’universo.

“A” corrisponde al ciclo di creazione di Brahma, al corpo grossolano, al guna tamas, all’elemento terra, allo stato di veglia. È situato simbolicamente nella sfera dell’addome.

La “U” corrisponde al ciclo di conservazione di Vishnu, rappresenta il mondo sottile di prana, il guna rajas, è movimento della vita, ritmato dalla pulsazione del cuore e dei polmoni nel torace.

La “M” corrisponde al ciclo di dissoluzione di Shiva, il sonno profondo, il guna sattwa, la riunificazione con il cielo come coscienza cosmica, fine e principio di tutte le cose nel mondo causale, si attiva nella sommità della testa che comunica con l’intero universo. 

L’Om rappresenta la totalità di questi tre aspetti del divino, nell’uomo. Il silenzio che lo segue è sintesi di passato presente e futuro (ancora il tre!), unione del nostro microcosmo con il macrocosmo. 


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