LA LEGGENDA DEL PESCATORE PENTITO

di Elisabetta Marini


Talvolta le case editrici minori riservano delle belle sorprese.

       Può capitare, infatti, di avere la fortuna di scovare un romanzo che con spontaneità e naturalezza appassiona più di un libro tecnicamente perfetto. Un lavoro “artigianale” capace di toccare le corde più profonde della sensibilità del lettore, seppur, in qualche modo, imperfetto rispetto ai prodotti “industriali” che inondano le librerie. (D’altra parte romanzi costruiti sui tempi dettati dai corsi di scrittura creativa, revisionati da bravissimi editor e pubblicati da grandi case editrici con il debito battage pubblicitario, cosa sono se non un perfetto prodotto industriale?)
       Questo è il caso di un interessante romanzo a metà tra l’autobiografia e un’opera di invenzione letteraria.
       L’autore, Carlo Farina Dusmet, è un noto chirurgo e professore romano, grande appassionato dI pesca subacquea in apnea che ha iniziato a praticare sin da piccolo. Nel suo primo romanzo racconta le avventure di pesca di Sergio, in qualche modo un alter ego che – attraverso un difficile percorso interiore – giunge alla determinazione di abbandonare questa attività. Sarebbe riduttivo pensare che la crisi di coscienza che travolge il protagonista sia solo la conseguenza di diversi incidenti di pesca. L’autore attraverso la narrazione delle vicende realmente vissute cerca di condividere con il lettore, utilizzando un linguaggio semplice e immediato, alcune realtà evidenti e conclamate che tutti noi abbiamo davanti agli occhi ma che – vuoi per pigrizia o per semplice disinteresse o per distrazione – evitiamo di mettere a fuoco.
       Non ha ambizioni letterarie, Farina. Il suo scritto è contemporaneamente un ringraziamento dovuto al mare e un gesto di generosità nei confronti degli animali che in esso vivono. Dopo aver goduto per anni della bellezza dei fondali, dell’emozione della caccia, dell’eccitazione adrenalinica della vittoria sulla preda inerme, viene sopraffatto dall’urgenza di ammettere la propria responsabilità, la superficialità – ma soprattutto – l’egoismo che lo ha portato a violare il mare per il solo godimento personale.
       Tanti e diversi sono i motivi per cui certi libri ci colpiscono restandoci impressi nella mente. Alcuni ci fanno immergere in situazioni diverse, nuove. Altri arricchiscono la nostra conoscenza. Altri ci obbligano a interrogarci sui nostri comportamenti. Tutti questi motivi sono presenti nel romanzo di Farina.
       Anche noi non pescatori dovremmo mettere in discussione, come l’autore, il nostro atteggiamento mentale nei confronti del mare. Dovremmo sentirci comunque responsabili della violenza esercitata dall’uomo sugli animali che lo popolano. Ma soprattutto dovremmo rielaborare pensieri e convinzioni comuni date per scontate (perché universalmente condivise): i pesci hanno un sistema nervoso semplificato; non sono in grado di esprimere sentimenti, emozioni, di comunicare. Ma chi l’ha detto? Questo libro ci impone un cambio di passo. Una revisione di tutti i luoghi comuni in cui ci siamo crogiolati sinora per pulire la nostra coscienza e dormire sonni tranquilli.
       La storia della piccola cernia, vissuta in prima persona dall’autore e condivisa anche con esperti biologi marini, ci obbliga a un confronto con la nostra coscienza, a scuoterci e a prendere atto dell’inganno in cui abbiamo vissuto.
       Un piacevole libro in cui l’autore, da grande pescatore quale è stato, “cattura” il lettore offrendo due avvincenti chiavi di lettura – avventura e morale – così che ognuno rimane imprigionato in base alla propria sensibilità.

       La descrizione della crisi morale vissuta da Sergio è di natura autobiografica e porta l’autore a un lento e difficile mutamento psicologico, una vera disintossicazione, una esperienza dolorosa a cui non si può restare indifferenti.        Ciò ci induce a pensare quanto la buona volontà, anche solo individuale, possa riuscire a diffondere messaggi complessi e possa aiutare a indirizzare il pensiero comune verso una nuova e più umana lettura del rapporto uomo/animale. Certo, parliamo di una goccia in un mare. Ma, come diceva Santa Teresa di Calcutta: “Quello che facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma l’oceano senza quella goccia sarebbe più piccolo”


SCELTI PER TE

Una famiglia americana, di Joyce Carol Oates, Il Saggiatore, 502 pagine, pubblicato nel 2003.

Un lettore diligente non può, almeno una volta nella vita, non leggere un libro della Oates, giustamente ritenuta da molti la più grande scrittrice americana vivente. Questo ricco, complesso, coinvolgente libro è la dimostrazione della sua enorme abilità, non solo stilistica, di immaginare storie, intrecci, personaggi. I suoi protagonisti sono approfonditi sotto tutti gli aspetti: psicologici, fisici e di vissuto personale. In questo libro l’autrice ci dimostra come una famiglia all’apparenza perfetta possa implodere per una causa esterna – seppure grave – che riesce a scatenare meccanismi autodistruttivi dovuti alla riemersione di vecchie problematiche personali da sempre sopite ma mai elaborate. Una saga che tocca il tema della dispersione familiare frequente in America – tema presente anche nel capolavoro di Philip Roth “Pastorale americana” e nel più recente “Il peso” di Liz Moore – a cui fa da contraltare il proliferare di famiglie pseudo adottive o spontanee in cui i conviventi, senza alcun vincolo di sangue, si scelgono per affinità.     

Tutta la vita che resta, di Roberta Recchia, Rizzoli, 400 pagine, pubblicato nel 2024.

Un romanzo di grande successo ben fatto tecnicamente: gradevole nella scrittura; ritmi e tempi giusti; trama complessa e ben congegnata; con quel pizzico di suspense che non guasta e che cattura il lettore.
Un libro accattivante che tocca temi attuali a cui l’opinione pubblica è particolarmente sensibile: femminicidio, violenza di gruppo, fluidità sessuale, dipendenze. Insomma quel po’di tutto che fa sentire il lettore coinvolto in un mondo molto prossimo al reale. E poi la presenza di archetipi sociali quale la solidarietà nelle borgate o nei piccoli comuni nell’Italia dei primi anni ‘80, sconvolta certo dalle bombe terroristiche ma comunque sempre più tranquillizzante dei tempi attuali. Quegli anni ‘80 ancora così vicini agli anni ‘60, il momento più dinamico, costruttivo e pieno di speranza vissuto dalla nostra nazione.
Un prodotto commerciale ben riuscito che, ovviamente, lascia tutti contenti con un inevitabile lieto fine, dove l’autrice identifica il conseguimento della felicità nel ritorno alla normalità, anche se ciò comporta il sacrificio del personaggio “diverso”!
Un romanzo che consiglio a chi ama distrarsi e ingannare il tempo leggendo. Meno a chi cerca nella letteratura una fonte di arricchimento.


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