ELIOT

di Andrea Simi


 “…or puoi la quantitate

Comprender dell ‘amor ch’a te mi scalda,

Quando dismento nostra vanitate,

Trattando l’ombre come cosa salda”.

Queste parole chiudono il ventunesimo canto del Purgatorio e aprono, in epigrafe, la prima raccolta di Eliot “Prufrock and other observations“, pubblicata nel 1917.

La dedica “Per Jean Verdenal, 1889-1915, mort aux Dardanelles” compare nella successiva edizione del 1925. Verdenal era un ufficiale medico – carissimo amico di Eliot ai tempi degli studi alla Sorbona tra il 1911 e il 1912 – caduto nella sfortunata battaglia dei Dardanelli mentre soccorreva un soldato ferito.

Chi parla è l’antico poeta Stazio che, riconosciuto in Virgilio il suo maestro, aveva cercato invano di abbracciarne i piedi, senza riuscirvi perché entrambi non erano che ombre “Frate/ non far che tu se’ ombra e ombra vedi” lo aveva ammonito Virgilio. Non poteva esservi premessa più calzante per il flusso di coscienza che inonda il torrenziale monologo del protagonista del “Canto d’amore di J. Alfred Prufrock “: il vuoto dei discorsi e dei riti sociali, il disagio, la straniazione, il dolore e l’assenza di ogni passione, l’inazione, il “male di vivere”. Prufrock si denuda di fronte al lettore.

Ad aprire il componimento altre due terzine di Dante: Prufrock, come l’ombra di Guido di Montefeltro, parlerà senza ritegno, perché crede di rivolgersi ad altre ombre, che non potranno tornare al mondo per svelare quanto avranno ascoltato.

La traduzione è di Luigi Berti.

Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock

S’io credessi che mia risposta fosse

a persona che mai tornasse al mondo,

questa fiamma staria senza più scosse.

Ma per ciò che giammai di questo fondo

non tornò vivo alcun, s’i’odo il vero,

senza tema d’infamia ti rispondo.

[Dante, Inferno, canto 27, vv 66-66]

Allora andiamo, tu ed io,

quando la sera è tesa contro il cielo

come su un tavolo un paziente in preda alla narcosi;

andiamo per certe semideserte strade

ritrovi mormoranti

di chi passa notti agitate in alberghi da poco

e restaurants sparsi di segatura e gusci d’ostrica;

strade si susseguono come un tedioso argomento

d’ingannevole intento

e c’inducono ad una domanda opprimente.

Oh, non chiedete: «Cos’è?».

Andiamo a far la nostra visita.

Nella stanza le donne vanno e vengono

parlando di Michelangelo.

La nebbia gialla che strofina il dorso sui vetri della finestra,

il fumo, giallo che strofina il muso sui vetri della finestra

ha lambito con la lingua gli angoli della sera,

ha esitato sulle pozze stagnanti dei gorelli

s’è lasciato cadere sul dorso la fuliggine caduta dai camini,

è scivolato dalla terrazza, ha fatto un salto improvviso,

e vedendo che era una tenera sera d’ottobre

s’è inanellato intorno alla casa e s’è assopito.

E invero ci sarà tempo

per il fumo giallo che scivola lungo la strada,

strofinando il dorso sui vetri della finestra;

ci sarà tempo, ci sarà tempo

per preparare un viso per affrontar quelli che incontri;

ci sarà tempo per assassinare e creare

e tempo per tutte le opere e i giorni di mani

che sul tuo piatto sollevino e lascino cadere una domanda;

Tempo per te e tempo per me,

e tempo anche per cento indecisioni

e per cento visioni e revisioni,

prima di prendere un crostino e tè

Nella stanza le donne vanno e vengono

parlando di Michelangelo.

E infatti ci sarà tempo

di chiedersi: «Avrò il coraggio?» e «avrò il coraggio?».

Tempo di tornare indietro e scendere la scala,

con una piazza in mezzo ai miei capelli.

(diranno: «Come ti si diradano i capelli!».)

Il mio abito da mattina il colletto che saldo sale al mento,

la cravatta di buon gusto e modesta ma fatta valere da un semplice

spillo.

(Diranno: «Come son magre le sue braccia e le sue gambe!».)

Oserò

turbare l’universo?

In un attimo c’è tempo

per decisioni e revisioni che un attimo rovescerà.

Perché già tutte, ormai, le ho conosciute, tutte le ho conosciute.

Ho conosciute le sere, le mattine, i pomeriggi,

ho misurato la mia vita con cucchiai da caffè;

conosco le voci languenti con una cadenza languente

sotto la musica che proviene da una stanza più lontana.

Così, che dovrei credere?

Ed ho già conosciuto gli occhi, tutti li ho conosciuti.

Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,

e quando sono formulato, dibattendomi su uno spillo,

quando sono appuntato e mi contorco sul muro,

allora come potrei cominciare

a sputar tutte le cicche dei miei giorni e delle mie abitudini?

E che dovrei credere?

E conosciuto ho già tutte le braccia, le ho conosciute tutte.

Braccia adorne di braccialetti e bianche e nude

(ma alla luce delle lampade, coperte di lanugine castane!)

è il profumo che viene da un vestito

che mi fa divagare a questo modo?

Braccia appoggiate lungo un tavolo, avvolte in uno scialle.

E allora che dovrei credere?

E come dovrei cominciare?

Dirò, all’imbrunire ho vagato per le strade strette

e ho guardato il fumo che sale dalla pipe

di uomini soli e scamiciati ai davanzali?

Avrei dovuto essere due ruvide branche

in corsa sul fondo di mari silenziosi.

E il pomeriggio, la sera, dorme quieto così!

Lisciato da lunghe dita,

addormentato. stanco. o malato immaginario

sdraiato sul pavimento, qui accanto a te e me.

Dovrei, dopo il tè, i gelati e i dolci

aver la forza di spingere l’attimo alla sua crisi?

Ma sebbene abbia digiunato e pianto, pregato e pianto,

sebbene abbia visto la mia testa (divenuta calva) portata su un vassoio,

io non sono un profeta. e questo non m’importa;

ho veduto il momento della mia gentilezza vacillare,

ho veduto leterno Valletto tenermi il soprabito e ghignare,

e in breve, ne ero spaventato.

E sarebbe valsa la pena, dopo tutto,

dopo le tazze, la marmellata e il tè,

fra le porcellane, fra qualche chiacchiera tua e mia,

sarebbe valsa la pena,

di farla finita con un sorriso, di comprimer l’universo in un palla

e di farlo rotolar verso una domanda opprimente,

e dir: «Son Lazzaro, venuto dai defunti,

tonato a dirti tutto, e dirò tutto.».

Se uno accomodandole il guanciale presso il capo,

dicesse: «Questo non è quello che intendevo.

No, non così».

E sarebbe valsa la pena, dopo tutto,

sarebbe valsa la pena,

dopo i tramonti, i cortili e le strade spruzzate,

dopo i romanzi, le tazze del tè, le sottane che frusciarono sul pavimento –

e questo, o molto più? –

è impossibile dire proprio quel che intendo!

Ma come se una lanterna magica proiettasse in disegni i nervi su uno

schermo:

sarebbe valsa la pena,

se uno, aggiustando un guanciale o levandole uno scialle di dosso,

volgendosi verso la finestra, dicesse:

«No, non così,

questo non è quello che intendevo».

No, non sono il Principe Amleto, né destinato ad esserlo;

sono un cortigiano del seguito, uno che servirà

per ingrossare un corteo, avviare una scena o due,

consigliare il principe; senza dubbio, un docile strumento,

ossequiente, contento d’esser utile,

politicone, cauto e meticoloso;

pieno di solenni sentenze, ma un po’ottuso;

quasi ridicolo, a volte, veramente,

e, quasi il Buffone, qualche volta.

Divento vecchio.divento vecchio.

Porterò i calzoni arrotolati in fondo.

Dividerò i miei capelli sulla nuca? E a mangiare una pesca avrò

coraggio?

Porterò calzoni di flanella bianca e a spasso me ne andrò sulla marina.

Ho sentito cantare le sirene, l’una all’altra.

Io non credo che canteranno per me.

Le ho viste cavalcare l’onde verso il largo

pettinando la bianca chioma dei flutti gonfi

quando il vento gonfia l’acqua bianca e nera.

Nelle alcove del mare abbiam languito

vicino alle sirene coronate d’alghe rosse e brune

finché voci umane ci destano, e anneghiamo.


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