PENELOPE E QUELLA TELA CHE FA COMODO AGLI UOMINI

di Andrea La Rovere
Allora, Penelope.
Ma sì, che la conoscete, è quella che aspetta vent’anni quel baccalà del marito Odisseo (aka Ulisse) che fa su e giù per i sette mari spassandosela tra maghe, ninfe e mostri da combattere.
Per i Greci, Penelope è la personificazione della moglie ideale e della virtù femminile: la donna che se ne sta a casa a fare i mestieri, a badare ai figli e a respingere le avances degli altri mandrilloni di Itaca. Il tutto, mentre il marito si prende la scena e le luci. Dico “per i Greci”, ma metaforicamente il “modello Penelope” va ancora forte tra i maschi, specie quelli con la stoffa del boomer. Quelli a cui piacerebbe tanto la moglie che li aspetta bella sorridente mentre loro si divertono e gli fa trovare le pantofole, il giornale e la cena pronta.
Quella volta, Penelope è la risposta virtuosa a donne come Elena, la bella che si innamora di Paride e lo preferisce a quel buzzurro di Menelao. O a Clitemnestra, che aspetta anche lei il ritorno del marito per vent’anni sì, ma solo per fargli pelo e contropelo con un’ascia bipenne, ricordandogli la sorte che era toccata a Ifigenia, figlia data in sacrificio agli dèi in cambio di un bel vento a favore.
Insomma, Penelope rappresenta la donna muta e rassegnata, sottomessa come la vorrebbe un San Paolo qualunque e per questo degna d’ammirazione in una cultura – quella greca antica – tanto buona e cara, ma terribilmente misogina.
E invece, Penelope è meno remissiva di quello che appare.
Odisseo è il re di quello sputo di regno che è Itaca ma, come sapete, sta più in giro che a casa. E allora, ecco che Penelope si ritrova con lo scettro del comando. In una società che pone la donna un gradino sotto i venditori porta a porta, Penelope gestisce, di fatto, il potere.
E fa quello che le grandi regine faranno per secoli: evita di rimettersi in casa un uomo.
Parliamoci chiaro, non sono tanto sicuro che Penelope non si risposi per fedeltà a Odisseo. Quello, in fondo, lo davano per morto e lei avrebbe avuto tutto il diritto di rifarsi una vita. Per ottenere cosa, però? Se si fosse rimessa in casa uno dei Proci, avrebbe ripreso il suo posto in cucina, altro che comandare.
Ed ecco la tela, idea geniale ma nemmeno tanto, se ci pensate.
Andiamo, i Proci se la bevono per quattro anni, prima che un’ancella tradisca il segreto di Penelope, ovvero che quella il giorno tesse il sudario del suocero Laerte e di notte lo disfa. Pensate a quei rimbambiti che non se ne accorgono fino a che non glielo vanno a dire. Per quattro anni!
“E io dovrei mettere il regno in mano a uno di questi?” avrà pensato giustamente Penny.
Tanto lei lo conosce bene Odisseo, sa che quello pure se torna che fa? Il solito macello, si vendica qua, ammazza di là, e alla fine se ne sta calmo un paio di mesi e poi trova la scusa buona per ripartire.
Insomma, Penelope è una che la sa lunga e che sceglie l’unico modo che una donna quella volta ha per avere un po’ di potere: stare da sola.
Anche la storia di Penelope è stata presa in prestito dalla psicologia moderna e, come spesso accade, quella che per i Greci era una virtù, oggi è presa per quel che è: una patologia. Cos’è la Sindrome di Penelope: è quella, in breve, di chi ha subito un grave lutto, uno shock, una perdita, un abbandono e non riesce – o non vuole – ricominciare a vivere. Un’attesa perenne di affetti che non possono tornare e che, quasi sempre, avvelenano chi rimane.

