ODISSEA

di Andrea Simi


Il rinnovato interesse per l’Odissea, testimoniato dal successo di film come quello, recentissimo e spettacolare, di Cristopher Nolan, con protagonisti Matt Damon e Anne Hataway, o di “Itaca, il ritorno”, di Uberto Pasolini, interpretato da Ralph Fiennes e Juliette Binoche, mi suggerisce la riproposizione di alcuni passi di un mio libro ” Sui sentieri pescosi” pubblicato diversi anni fa ma, a mio avviso sempre attuale ( il titolo si rifà specificatamente ad un verso dell’Odissea, dove Nestore narra a Telemaco il suo ritorno da Troia con Diomede e Menelao).

Si tratta di una raccolta delle parti marinare del poema dedicata ai lettori che vogliano avvicinarsi ad Omero nel modo più naturale. Lettori che amino il mare e vogliano sfogliare queste pagine, magari veleggiando al sole tra le isole Ionie o negli altri luoghi da sempre ascritti alla leggenda di Ulisse e lettori più giovani, che studino i “classici” e desiderino approfondire l’argomento in modo semplice e piacevole.

L’Odissea è molte cose, nella forma del poema epico: il prototipo del

romanzo di viaggi di avventure; una enciclopedia della scienza antica,

dalla geografia all’astronomia; un compendio di arti e mestieri.

Il tutto confluisce in un’opera di incredibile modernità, che si snoda su

diversi piani spaziali e temporali (con una tecnica che oggi potremmo

definire cinematografica) e fa sapiente uso di una lingua duttile, appena

nata alla scrittura, attraverso un ritmo narrativo ed emotivo sempre coinvolgente:

a tratti incalzante, concitato, affannoso, perfino violento, e a

volte disteso in splendide immagini liriche.

La traduzione originale è opera mia come lo sono i brevi saggi che l’accompagnano, nei quali sono affrontati e discussi specifici argomenti sulla base della esperienza velica e della diretta conoscenza personale dei luoghi.

Anche per questo ho scelto proprio tre brani che riguardano tutti siti riferibili a una geografia reale, lasciando da parte quelli fantastici dei Ciclopi , delle Sirene, dei Lestrigoni, eccetera: la partenza di Telemaco da Itaca alla ricerca di notizie del padre, il drammatico naufragio dell’ultima nave della flotta di Ulisse e il ritorno a Itaca dell’eroe su una nave dei Feaci.

Partenza di Telemaco

(II, 413-434)

Ciò detto fece strada, e quelli

lo seguirono portando

e ponendo nella nave ben fatta

tutto quanto aveva ordinato

Il caro figlio di Ulisse

Poi Telemaco salì, lo precedeva Atena

che si sedette a poppa e vicino a lei

sedette Telemaco. Gli altri

sciolsero l’ormeggio, salirono anch’essi

e presero posto agli scalmi.

Per loro mandò buon vento

Atena occhiazzurri, uno zefiro fresco, fischiante

su un mare come vino schiumoso.

Telemaco diede gli ordini, chiamò

i compagni alle manovre

e quelli obbedirono.

Sollevando l’albero di abete lo incassarono

nella mastra scavata nel mezzo

fissarono gli stralli

issarono la bianca vela con forti ritorte di cuoio.

Il vento gonfiò la vela nel mezzo

e l’onda schiumante

suonò forte attorno alla chiglia della nave che andava

Allora fissarono le scotte all’agile nave nera

e alzarono coppe stracolme di vino.

Libarono agli immortali dei, vivi in eterno

ma più di tutti alla figlia occhiazzurri di Zeus

Tutta la notte corse la nave

E all’alba compiva il cammino.

Il naufragio dell’ultima nave

(XII, 404 – 419)

E quando lasciammo l’isola, e non si vedeva

altra terra, ma cielo e mare

allora il figlio di Crono

mise una fosca nube

sopra la concava nave,

il mare si oscurò sotto di essa.

Non corse per molto tempo ancora: d’un tratto

arrivò Zefiro urlante che infuriava

in grande tempesta.

Una raffica di vento spezzò entrambe le sartie

Dell’albero. L’albero

cadde indietro, tutte le manovre

finirono in sentina, e sul ponte di poppa

colpì la testa al pilota e d’un colpo

tutte le ossa della testa gli spezzò:

simile a un tuffatore cadde

giù dalla tolda, lasciò le ossa l’animo altero.

Zeus tuonò, ed insieme

Scagliò sulla nave la folgore:

essa si rigirò tutta, colpita dalla folgore di Zeus.

Si riempì di odore di zolfo:

caddero dalla nave i compagni.

Come corvi di mare intorno alla nera nave

venivano portati dalle onde,

il dio tolse loro il ritorno.

Ulisse è riportato a Itaca dai Feaci

(XIII, 70-121)

Quando poi scesero alla nave e al mare,

le illustri guide presero

e riposero nella concava nave

ogni cibo e bevanda.

Stesero per Ulisse coperta e lenzuolo

sulla tolda poppa

della concava nave

perché indisturbato dormisse.

Lui pure si imbarcava e si sdraiava

in silenzio. Tutti loro sedettero

agli scalmi in buon ordine e sciolsero

la cima dalla pietra forata.

E mentre curvi in avanti voltavano

il mare col remo

cadeva a lui sulle palpebre un sonno soave

profondo, dolcissimo, assai

simile alla morte.

Come nella pianura gli stalloni

di un tiro a quattro

tutti insieme scattando

sotto i colpi di frusta

in alto si impennano, e d’un balzo

compiono il viaggio,

così si impennava la poppa, e dietro si agitava

l’onda grande schiumante del mare che forte risuona.

Correva sicura e costante: neppure un falco

sparviero, il più veloce

degli uccelli l’avrebbe uguagliato.

Così correndo, d’un balzo tagliava

le onde del mare, portando

un uomo che aveva pensieri

come gli dei,

che già tanti dolori aveva patito nell’animo

passando attraverso le guerre degli uomini

e le difficili onde.

Ma ora quieto dormiva scordando

quanto aveva sofferto.

Quando si levò la stella

lucentissima, che più di tutte

viene annunziando la luce

dell’Aurora figlia del mattino,

allora s’appressava all’isola

la nave marina.


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