CLODIO, IL “BELLO E DANNATO” DELL’ANTICA ROMA

di Andrea La Rovere


Le nostre strampalate incursioni nella storia proseguono con le vicende di Clodio, personaggio enigmatico vissuto in uno dei periodi cruciali di Roma. O, meglio, di Publio Clodio Pulcro, vero caso di “nomen omen”: quel “Pulcro” – “il bello” – non è certo scelto a caso.

Il nostro nasce in una delle famiglie più nobili e ricche di Roma nel 93 a.C., e come molti rampolli decide fin da giovane che rispettare le regole non è il suo forte. Tanto per cominciare, nonostante sia patrizio di nascita, vuole stare dalla parte del popolo, almeno in apparenza. È un po’ come nella frase di Brecht, di quello che si schiera dalla parte del torto perché dalla parte della ragione era tutto occupato. O come Renzi quando diventa leader della sinistra perché a destra il posto era già preso.

Per candidarsi a tribuno della plebe, Clodio cambia status con un’adozione “fittizia” in una famiglia plebea. La pratica sfrutta una zona grigia delle regole, al punto che quel fesso che si presta al trucco – il padre adottivo Publio Fonteio – è addirittura più giovane di Clodio.

La sua fama, però, era arrivata già nel 62 a.C., col celebre scandalo della Bona Dea, divinità a cui gli uomini non potevano neanche avvicinarsi. Cosa fa quel monellaccio di Clodio? Si traveste da donna e si intrufola nella casa di Giulio Cesare, dove si svolge il rito. Motivo? Aveva una tresca con la moglie di Cesare, Pompea, ed evidentemente una certa dose di incoscienza, visto che lo scherzo potrebbe costargli la testa.

Si scatena uno scandalo enorme. Cesare, con una mossa che dimostra se ce ne fosse bisogno la sua fredda e cinica lucidità, decide di divorziare da Pompea “perché la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto”. Praticamente, butta a mare la moglie senza remore. Al processo, Clodio si inimica Cicerone per la vita, ma se la cava grazie a un metodo sempre in voga: la corruzione.

Clodio, insuperabile “drama queen” è chiacchierato anche per altri motivi. Per esempio, viene accusato di avere una relazione “piuttosto intima” con la sorella Clodia, famosa per la sua bellezza ed emancipazione. Il fatto non è mai stato dimostrato, le voci girano, e forse a Clodio non dispiace nemmeno che il suo nome sia sempre sulla bocca di tutti. Certo è che a rimetterci è Clodia, vergognosamente diffamata da un Cicerone in cerca di vendette.

La loro rivalità dà solo frutti malati. Dopo essersi fatto eleggere tribuno, Clodio promulga una legge che condanna chiunque abbia fatto eseguire la pena di morte senza processo, un colpo basso per Cicerone, che – guarda caso – nel delirio di onnipotenza seguito allo sventato “golpe” di Catilina, aveva fatto giustiziare dei congiurati in modo piuttosto spiccio. In sostanza, Clodio usa la legge come un’arma personale per mandare in esilio il suo odiato rivale.

La carriera di Clodio prosegue tra altri scandali, disordini e atti di violenza politica: organizza bande di teppisti, provoca tumulti in città, e perfino il Senato comincia a preoccuparsi di questo “rivoluzionario di professione”. Il suo errore più grave, però, è inimicarsi uno della sua stessa pasta, tale Tito Annio Milone. Nel 52 a.C., lungo la Via Appia, incrocia il suo rivale e ne nasce una rissa che finisce tragicamente. Clodio viene ucciso, per colmo d’ironia proprio presso il tempio della Bona Dea di Bovillae. Il popolo decide di dargli un addio spettacolare, bruciandone il corpo proprio nel centro di Roma, sul rogo improvvisato con i banchi del Senato.

Così finisce la vita di Publio Clodio Pulcro, il tribuno scandaloso che riesce a far infuriare tutti – nobili, plebei e perfino gli dèi – al punto che oggi è difficile persino giudicarlo, visto che tutti quelli che ne parlarono avevano il dente avvelenato con lui. Certo è che, con l’astuzia e la violenza, riesce a imporsi all’attenzione in un periodo di personalità ben più valide, e che qualche sua legge a favore del popolo non è nemmeno così male, anche se promulgata a scopi personali.

Clodio, però, ottiene forse quello che più desiderava: una fama, per quanto dubbia, che dura ancora oggi e che spesso affascina chi ama i prepotenti.


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