LA VITA GIOVANE

di Elisabetta Marini
Mattia Insolia è un giovane scrittore (è nato a Catania nel 1995) al suo terzo romanzo. E nella sua prosa intravediamo la freschezza e l’entusiasmo propri della giovane età.
Ciò che colpisce e che contribuisce a rende, a mio avviso, questo libro un’opera da non perdere, oltre alla trama, è proprio questo stile diverso, ricco di artifici letterari, indispensabili per alleggerire la portata dei temi trattati.
Così nei dialoghi concitati e incalzanti – pone solo l’indicazione del nome dei personaggi per differenziarli come fossimo in un copione; usa sovente il “che”- più caratteristico del linguaggio parlato – conferendo al libro una veste popolare e uno slang più giovanile; la frase “che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?” (con o senza punto interrogativo), viene ripetuta a coronamento della descrizione delle delusione, dei fallimenti o di ogni brutta esperienza vissuta dai personaggi, per ribadire – come un mantra – quanto la vita adulta sia lontana dai sogni adolescenziali.
E in aggiunta, tutto questo fluire di dialoghi e di descrizioni è costellato da profonde riflessioni, da originali osservazioni, da elucubrazioni mentali, dalla elaborazione di pensieri complessi che trasformano spesso il tema trattato da personale a universale.
La scrittura di Insolia è normale, ordinaria ma al contempo originale nell’accoppiamento di alcune parole e nell’estensione del significato di altre, e contribuisce a rendere ancora più plastica la descrizione.
”La luce era quella dell’abatjour… che soffiava il suo chiarore in un angolo della stanza lasciando il resto al buio”.
”…si materializzò tra di noi un silenzio denso, bucherellato solo dallo scroscio della pioggia”
Viceversa il contenuto del libro è un pugno nello stomaco per i lettori non appartenenti, come molti di noi, alla generazione Z.
Insolia ci mostra un mondo giovanile allo sbando. Un mondo dove la famiglia, la scuola, le istituzioni tutte, sono i grandi assenti, non per incuria o inadeguatezza quanto per l’assoluto disinteresse dei giovani nei confronti del mondo adulto, da cui consegue un totale distacco dai valori “tradizionali”. Sesso, droga e alcol sono i soli mezzi usati da questi adolescenti per “gestire” il loro malessere. Malessere generato da traumi più o meno gravi vissuti in famiglia e fuori. Traumi che creano un dolore sordo a cui i giovani da soli non sanno porre rimedio. Ed escludendo aprioristicamente l’aiuto esterno di un adulto, trovano pace apparente solo “affogando” nell’alcol nelle droghe e nel sesso i loro demoni interiori.
Il gruppo, composto da sei compagni di scuola – tre maschi e tre femmine – diviene così la casa di tutti loro dove i malesseri dei singoli vengono edulcorati dalla vicinanza degli altri – accomunati nel disagio – e dalla condivisioni di forti e rischiose emozioni. Ma nel momento in cui entrano in ballo situazioni gravi il gruppo si trasforma in branco e diviene così la causa di un drammatico evento che modificherà la vita di tutti. Evento evocato già nelle prime pagine del libro ma che verrà narrato solo nelle ultime.
Insolia è un abile scrittore e narra gli abusi fatti e subiti dai vari personaggi con una prosa distaccata, resocontistica, senza mai indulgere in particolari scioccanti o morbosi. È un cronista che racconta gli eventi con freddezza, senza compiacimento ma soprattutto senza dettagli. La sua è solamente la narrazione necessaria per sviluppare la trama e disegnare i personaggi, perché tutti siamo il risultato del nostro vissuto. E’ la narrazione distaccata di un osservatore esterno che non giudica mai ma si preoccupa solo di descrivere fedelmente i fatti.
Per noi adulti la descrizione della fluidità sessuale, del sesso estremo, degli sballi da droghe o da farmaci, delle ubriacature cercate con accanimento, dei gesti autolesionistici, è già sconvolgente come fatto in sé, ma l’assenza di dettagli e di morbosità, il non indulgere nei particolari, rende “asettico” il racconto ed esclude la possibilità dell’immedesimazione o del coinvolgimento psicologico da parte del lettore.
Preferiamo credere che quanto scritto da Insolia sia un concentrato di situazioni possibili e probabili che l’autore ha fatto vivere tutte insieme ai suoi personaggi in un luogo di fantasia. Un espediente per metterci in allerta dai pericoli che le nuove generazioni stanno correndo, nascosti ai nostri occhi di adulti. Come un fiume carsico che nel buio ingrossa la sua portata e – quando finalmente emerge – ha ormai una potenza irrefrenabile e incontenibile.
Dobbiamo essere consci dei malesseri anche involontari che noi adulti provochiamo nei giovani. “Siamo cresciuti con una crisi dietro l’altra, e se ti ripetono che il mondo sta finendo, a una certa ci credi. E allora come lo immagini il futuro?”
Dobbiamo aiutarli a superarli, questi malesseri, per vie normali e meno dannose per la loro salute psichica e fisica. Loro sono il nostro futuro: loro ci cureranno, ci governeranno, ci amministreranno.
Aiutiamoli a volersi bene e a volerci bene.
Questo è il messaggio finale del libro. Teo alla fine ce la fa e con lui anche altri del gruppo. Certo, non saranno riusciti a realizzare i sogni giovanili, ma un posto nel mondo lo hanno trovato seppur a costo di accettare molti compromessi.
SCELTI PER TE

Caducità, di Sandro Veronesi, La nave di Teseo, 400 pagine, pubblicato nel 2026
Lo confesso, ho un preconcetto. Non apprezzo le raccolte di racconti. Le ritengo l’estremo escamotage a cui sovente ricorrono gli autori pressati dai doveri contrattuali o spinti da fini meramente economici e d’immagine.
Anche l’ultimo libro di Sandro Veronesi è in linea con questa mia convinzione pur riconoscendogli degli innegabili meriti. La ben nota maestria dell’autore (premio Strega nel 2006 e 2020) e della casa editrice (La nave di Teseo) offrono al lettore un libro che, già per la sua veste editoriale, affascina. La copertina è una vera opera d’arte: enigmatica, attraente, evocativa. Gli stessi sentimenti suscitati dal titolo: Caducità, parola di scarso utilizzo, ma armonica nel suono e ambivalente nell’estrema estensione del suo significato (anche l’infelicità può essere caduca).
E poi l’incipit, la vera sorpresa, un regalo per il lettore: un breve saggio di Freud sulla caducità.
Per il resto 32 piacevoli racconti, alcuni molto validi altri meno. Tutti già pubblicati, in una precedente raccolta o con altri strumenti o letti pubblicamente. C’è solo un inedito, la prima opera giovanile.
Non si percepisce altro fil rouge che leghi i racconti oltre alla grande abilità dell’autore che riesce sempre, con una scrittura che modifica e sa adattare alle circostanze, a catturare l’attenzione. Alcuni racconti – Profezie, La furia dell’agnello, Hope – sono di grande impatto.

Operazione Shylock, di Philip Roth, Adelphi, 455 pagine, pubblicato nel 2026
La prima edizione di quest’opera risale al 1992 ma è stata appena ripubblicata, vista l’attualità dell’argomento, con una piacevolissima prefazione e presentazione (a cui ho avuto la fortuna di assistere all’auditorium Parco della Musica di Roma) di Emmanuel Carrère.
Roth è uno degli autori da me più amati e come sempre mi ha affascinato per la concretezza, per la prosa scorrevole, per i temi così forti e per le sue considerazioni così audaci. Chi altro se non lui – l’autore di religione ebraica più osannato al mondo – si sarebbe mai potuto permettere di accusare lo stato di Israele di tradimento dell’ideologia sionista? Di constatare come l’olocausto sia stato strumentalizzato a fini politici dagli ebrei sopravvissuti? Di dissertare sulla eventualità di una nuova diaspora che svuoti Israele riportando nei loro paesi di origine gli israeliani provenienti dall’Europa e li aiuti anche economicamente a ricollocarvisi? Argomenti politicamente scorretti che Roth analizza, critica o esalta con enorme ricchezza di argomentazioni in base al personaggio a cui li fa trattare: ebreo o palestinese.
L’ironia è un fil rouge che percorre tutto il libro. Alcune volte emerge nei dialoghi (spesso talmente lunghi da sembrare sermoni) altre negli eventi paradossali sui quali incombe (e come sarebbe possibile il contrario?) l’ombra dell’onnipresente Mossad.
Andando avanti nella lettura però la verbosità di Roth diventa pesante. Le contrapposizioni ideologiche troppo dettagliate. Le motivazioni psicologiche troppo approfondite e analizzate in ogni possibile accezione. La trama si ingarbuglia e il lettore si disorienta. Tutto vero o tutto falso ciò che si è letto? Questo il dubbio che Roth con abilità instilla e non chiarisce neanche nella “Nota per il lettore”.
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