MARIA PIA ABBRACCHIO: LA PASSIONE DI UNA VITA PER IL CERVELLO

di Alessandra Turco


Farmacologa e neuroscienziata dell’Università degli Studi di Milano, dove è professoressa ordinaria di farmacologia di precisione, Maria Pia Abbracchio ha dedicato gran parte della sua attività allo studio dei meccanismi che regolano il sistema nervoso e alla ricerca di nuove strategie terapeutiche per le malattie neurodegenerative e demielinizzanti.

Da sempre studia il cervello, che rappresenta la sua grande passione. Nel 2016 è stata selezionata dall’Assemblea del Nobel per entrare a far parte del gruppo di scienziati invitati ogni anno a proporre candidature per il Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina.

Qual è la cosa che ancora oggi la sorprende di più del cervello umano?

Dopo tanti anni di lavoro, mi sorprende ed emoziona ancora la grande plasticità del cervello; e la sua capacità di reagire con grande resilienza agli stimoli che arrivano dall’esterno, adattandosi.

E’ questa, forse, la sua caratteristica più peculiare, più affascinante e più creativa, che rende il cervello umano profondamente diverso da qualunque computer e qualunque altro genere di super intelligenza. 

Quando nasciamo, il nostro cervello è già formato anatomicamente, cioè sono già presenti le aree che lo costituiscono. Ma i collegamenti fra le varie zone del cervello (i fasci nervosi) sono ancora incompleti e profondamente duttili. La formazione delle “sinapsi”, i punti di contatto fra le varie cellule nervose, avviene infatti dopo la nascita, e prosegue fino ad adolescenza avanzata. E’ un processo straordinario guidato sia “intrinsecamente” (cioè da segnali geneticamente determinati) che “estrinsecamente”, dagli stimoli sensoriali che provengono dal mondo esterno. Sono questi segnali (luminosi, acustici, tattili, legati all’olfatto o al gusto) che, arrivando al cervello attraverso i nostri sensi, determineranno l’assetto e la maturazione definitiva delle sinapsi, imprimendo fortemente nella nostra memoria le emozioni che li accompagnano. Tutto quello che impariamo, soprattutto nella prima fase della vita, è frutto delle emozioni che consolidano e rafforzano le connessioni fra le varie aree cerebrali.  E’ attraverso le emozioni (gioia, dolore, mancanza, attesa, ritrovarsi, felicità, desiderio) che impariamo il senso del tempo, e diventiamo esseri sociali. L’ambiente esterno continuerà per tutto il resto della nostra vita a modificare questa rete di comunicazione fra cellule in maniera plastica e reversibile, per consentirci di rispondere al meglio ai cambiamenti esterni. 

Una delle scoperte più emozionanti di questi ultimi anni è stato comprendere come anche la cultura, intesa come esposizione a abitudini, tradizioni, letture, racconti, persone, consuetudini sociali e apprendimento formale non formale, sia in grado di plasmare in maniera straordinaria il nostro cervello. Questo è il motivo per cui ognuno di noi è unico, perché ognuno di noi ha la sua storia personale di esposizione a persone, cose, avvenimenti e situazioni, con una traiettoria che è irripetibile e diversa. Forse potremmo riassumere questo concetto con una frase: “nasciamo come copie e moriamo come esseri unici originali”. E tutto questo grazie al cervello!

Nel mondo della ricerca scientifica, alcune domande richiedono anni, talvolta decenni, prima di trovare una risposta. È proprio nella complessità del cervello e dei suoi meccanismi di riparazione che si concentra il suo lavoro, la cui attività scientifica si colloca all’incrocio tra farmacologia, neuroscienze e ricerca biomedica.

Quanto conta la collaborazione tra discipline diverse per arrivare a nuove scoperte?


Conta moltissimo ed è sempre più necessaria. Le conoscenze sono aumentate in modo esponenziale per cui è quasi impossibile, per un singolo scienziato, seguire le evoluzioni nel suo settore scientifico, figuriamoci nel settore degli altri esperti! Inoltre, le sfide che dobbiamo affrontare, non solo nella medicina, ma in tutti i campi, richiedono necessariamente un approccio multidisciplinare. Basti pensare al concetto di One Health, Salute Unica: non è più possibile garantire la salute dell’uomo senza considerare tutto quello che gli è intorno, dal cambiamento climatico, alle disuguaglianze economiche e sociali, ai cambi demografici e migratori, all’uso sconsiderato delle risorse, per non parlare dei nuovi modelli di autarchia basati sul profitto di pochi e sul monopolio delle Big Tech. È necessario lavorare insieme e non soltanto fra discipline affini (biologi con chimici, medici e farmacologi) ma anche con esperti di ambiti molto diversi, quali la fisica, la matematica, l’informatica e tutte le scienze umanistiche.

Giusto per fare un esempio, un lavoro di quest’anno pubblicato su Nature Medicine da un team altamente interdisciplinare di scienziati ha dimostrato che l’ “esposoma” fisico (l’insieme delle condizioni esterne a cui siamo sottoposti, quali clima, inquinamento, verde) e quello socio-politico (povertà economica ed educativa, tutele e contesti istituzionali deboli e perfino bassa rappresentanza sociale e politica) agiscono insieme in modo sinergico, accelerando l’età biologica del cervello e il declino cognitivo in misura spesso superiore ai singoli fattori isolati. La combinazione di disagio ambientale e deprivazione sociale facilita l’invecchiamento del cervello in maniera comparabile, o persino superiore, alla perdita cognitiva osservata in quadri clinici di demenza.  Questo studio ha utilizzato modelli computazionali, tecniche di neuroimaging e biologia molecolare, e analisi statistica globale per valutare l’impatto di 73 fattori diversi sull’invecchiamento cerebrale, integrando dati di 18.701 individui da 34 Paesi del mondo. Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza interazione e collaborazione continua fra discipline diverse!

La sua carriera comprende anche un forte impegno nella promozione della ricerca e dell’innovazione all’interno dell’Università degli Studi di Milano. È stata, tra l’altro, prorettrice dell’Ateneo con responsabilità legate alla ricerca e all’innovazione, contribuendo alle iniziative volte a rafforzare la qualità della ricerca universitaria e il rapporto tra ricerca scientifica e trasferimento tecnologico.

Quale ruolo può avere l’intelligenza artificiale nella ricerca biomedica e nelle neuroscienze?

L’intelligenza artificiale ha un ruolo primario, perché accelera la conoscenza, mette a disposizione in poco tempo milioni di dati che richiederebbero un’intera vita per essere letti, e ci permette di trovare soluzioni economiche e veloci a problemi impellenti che altrimenti richiederebbero anni per essere risolti. Facciamo anche qui un esempio: l’uso dei “sensori” indossabili (orologi o apparecchi applicati esternamente al nostro corpo per monitorare in tempo reale pressione sanguigna, battito cardiaco, respiro, livelli di glucosio nel sangue) permette al medico di avere una visione più completa e realistica della situazione di salute del paziente, migliorando e anticipando le diagnosi. Al tempo stesso, la condivisione di questi dati personali, opportunamente anonimizzati, con quelli di decine, centinaia di altri pazienti, e la loro analisi attraverso l’IA permette ai medici e ricercatori di evidenziare sottopopolazioni specifiche di soggetti che manifestano sintomi simili della stessa malattia, o rispondono in modo analogo alle terapie. Questo è uno degli esempi più semplici di farmacologia di precisione e terapia personalizzata, perché il confronto con altri pazienti come noi permette al medico di escludere medicine che su una certa popolazione di soggetti potrebbero avere effetti collaterali, scegliendone altre che sono più adatte a quello specifico profilo biologico. E questo è solo l’inizio di una rivoluzione che potrà permetterci di curare tutti e meglio, abbassando enormemente i costi dell’assistenza sanitaria, anche grazie al fatto che queste metodologie ci permettono di fare diagnosi molto più precoci e quindi anche di modificare in senso positivo l’andamento delle malattie.

Il suo percorso è stato inoltre riconosciuto anche al di fuori dell’ambito accademico. Nel 2017 ha ricevuto il Premio Internazionale Tecnovisionarie, nella categoria Ricerca scientifica, per il suo lavoro nel campo della ricerca biomedica e, in particolare, per l’attività legata alla sclerosi multipla e allo sviluppo di terapie neuro rigenerative.

Qual è una domanda scientifica alla quale vorrebbe poter dare una risposta nei prossimi anni?

Ce ne sarebbero tante….capire dove risiede la coscienza…oppure come conciliare in maniera etica neuroscienze con tecnologia, informatica e fisica. Ma sarei felice se potessimo rispondere una volta per tutte ad una domanda: come originano le demenze? Gli studi condotti finora hanno individuato una moltitudine di fattori causativi e di meccanismi che si sovrappongono e co-partecipano al deficit cognitivo; ma come sono interconnessi fra di loro tutti questi meccanismi? Chi viene per primo? Qual è il “primum movens” da cui poi origina tutto il resto?  Finché non capiremo la gerarchia alla base di questi meccanismi non potremo mai sviluppare terapie davvero risolutive. Questo è veramente importante, perché tutte le malattie neurodegenerative, non solo l’Alzheimer, col tempo evolvono in demenza. E’ stato calcolato che la vita media della popolazione occidentale (al momento attuale, in Italia, 81 anni per l’uomo e 85 per la donna) smetterà di crescere, se non troveremo una soluzione a questo problema. E’ per questo motivo che oggi di parla di BRAIN CAPITAL, CAPITALE CEREBRALE, che riconosce nel cervello il nostro asset economico più prezioso, equiparandolo addirittura ad un’infrastruttura economica, a un bene strutturale fondamentale tanto quanto il capitale fisico o tecnologico per guidare la crescita dei Paesi nei mercati complessi.

Cosa la emoziona di più?

Continua ad emozionarmi ogni scoperta nuova fatta dall’uomo, dalla quale appare quanto è straordinario l’ingegno umano. Ma è anche molto emozionante osservare (e scoprire) come è organizzata la nostra biologia, e quali meccanismi incredibili utilizza per far funzionare tutto al meglio e mantenerci in vita. Nella maggior parte dei casi, questi meccanismi sono ancora più perfetti e sorprendenti di quelli che noi come scienziati potremmo mai immaginare. Si parte con una ipotesi, ma quello che si scopre è totalmente diverso e sicuramente più straordinario della nostra ipotesi di partenza. Il bello della ricerca scientifica, oltre agli aspetti tecnologici, e che la natura ti sorprende, sempre. 

Come ha conciliato la vita lavorativa con la famiglia? 

Certo, non è stato semplice…Con grandi sacrifici e anche molte rinunce, destreggiandosi fra esperimenti in laboratorio, il bambino da andare a prendere a scuola, colloqui con le maestre e protocolli sperimentali scritti di notte… è importante avere molta passione e non arrendersi ai primi ostacoli, e cercare sia in famiglia che nell’ambiente di lavoro supporto, condivisione e aiuto. Lo dico sempre alle ragazze che iniziano e l’ho scritto anche nei miei libri (Donne nella scienza, Franco Angeli 2023; La scienza al femminile, Franco Angeli 2025): siate oneste fin dall’inizio, condividete la vostra passione con chi vi è vicino, soprattutto col partner: chi vi è al fianco deve sapere quanto conta per voi fare il mestiere di scienziata. E non abbiate paura di chiedere aiuto.

Personalmente, nella mia carriera, ho consumato molte energie per cercare di far quadrare tutto, forse più di quelle che avrei dovuto; ma non mi pento, sono felice dei risultati raggiunti e delle cose fantastiche che ho potuto fare e imparare, e dei meravigliosi compagni di viaggio che ho incontrato.

Un aggettivo per descriverla:

Appassionata!


mail: alessandraturco@womenlife.it