LA VITA SPERICOLATA DI LORENZO DA PONTE, LIBRETTISTA DI MOZART

di Pietro Pellegrino


È indubbio che la fama di Lorenzo da Ponte anche al di fuori della ristretta cerchia dei melomani sia legata a filo doppio alla stesura   fra il 1786 e il 1790 dei libretti dei tre capolavori mozartiani, in ordine cronologico: le Nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte. Identificare però Da Ponte tout court con il ruolo ancillare seppure prestigioso di versificatore al servizio di Mozart significa appiattirne la personalità in una dimensione parziale e riduttiva. Oltre che letterato e librettista, Da Ponte è stato molte altre cose che avevano una comune radice in una natura inquieta, esuberante e contraddittoria nella quale coesistevano potenti passioni e pulsioni terrene, (quella erotica fu costante) e una raffinata capacità di stilizzare poeticamente ogni aspetto della realtà. Aveva inoltre un senso pragmatico delle cose, privo però di calcolo utilitaristico, un innato gusto dell’avventura, l’intraprendenza  commerciale (spesso segnata da esiti deludenti) dell’ uomo d’affari, lo spirito visionario dell’animatore culturale  che promuoveva la lingua, la letteratura e il teatro d’opera italiano all’estero, una verve  inesauribile di arguto polemista, qualità potenziate da un élan vital  che si traduceva in un  costante nomadismo geografico; non a caso ha frequentato città  e corti di mezza Europa fino a emigrare  negli Stati Uniti. Insofferente, più per istinto che per convinzione delle regole perbeniste di una società ipocrita e bacchettona che l’illuminismo francese, attraverso lo scetticismo religioso e la diffusione di più disinibiti costumi sessuali aveva eroso ma mai del tutto abolito, Da Ponte era per vocazione un uomo “contro”, un uomo antisistema, che tuttavia grazie alla sua abilità nel tessere amicizie influenti e a una dose di innato opportunismo riuscì a integrarsi nel sistema mecenatizio della corti a Dresda e soprattutto a Vienna e a capitalizzare ogni liaison utile a favorire la sua carriera letteraria. La protezione dell‘imperatore austriaco Giuseppe II e la nomina a poeta dei teatri di corte, oltre a soddisfare il suo bisogno di riconoscimento sociale, gli garantirono prestigio e tranquillità economica. Basta sfogliare le pagine fluviali delle sue “Memorie” per avere la prova dell’abilità diplomatica e della calcolata piaggeria, con cui contrattava le sue performance letterarie con i potenti di turno. Qualità del resto indispensabili in una società “cortigiana” in cui l’intellettuale e l’artista avevano un ruolo fortemente subordinato al potere politico, incarnato nella figura di ascendenza rinascimentale del principe-mecenate. Quanto poi alla “ bulimia” erotica,  ingentilita  nelle sue “Memorie” come sana esuberanza vitale (una sorta di gioioso ritorno allo stato di natura  in stile rousseauiano) fu da lui coltivata con una spregiudicatezza che lo apparenta più a uno spericolato avventuriero come Casanova, (al quale non a caso fu legato da un  rapporto di solidale amicizia) che al prototipo dell’elegante, inamidato  intellettuale settecentesco, segnato spesso da una cerebralità astratta e autocompiaciuta come certi personaggi  de Les liaisons dangereuses – Le relazioni pericolose – di Choderlos de Laclos. Umano, troppo umano, Lorenzo da Ponte, per poterlo perciò definire, con una formula sbrigativa, soltanto il librettista di Mozart. 

A una personalità cosi ricca corrisponde una biografia altrettanto mobile, di taglio quasi romanzesco, di cui provo qui a riassumere i fatti principali.

 Da Ponte nasce a Ceneda (Vittorio Veneto), il 10 marzo 1740, da Rachele Pincerle e Geremia Conegliano, un umile conciatore di pelli, rappresentante della locale comunità ebraica, che gli impone il nome di Emanuele. Rimasto presto vedovo con tre figli, il padre si converte al cristianesimo per poter sposare in seconde nozze una ragazza di religione cattolica, di soli 17 anni, Orsola Pasqua Paietta. Battezzato nel 1763 Emanuele riceve il nome del Vescovo di Ceneda, Lorenzo da Ponte. Grazie all’ intercessione dello stesso prelato viene accolto nel Seminario di Ceneda dove rivela precoci attitudini letterarie: compone versi e fa il suo apprendistato poetico leggendo avidamente, come racconta nelle sue “Memorie”, Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso. Lasciato nel 1773 il seminario di Portogruaro, dove aveva ricevuto gli ordini minori, si trasferisce a Venezia, guadagnandosi da vivere come pedagogo al servizio delle ricche famiglie nobiliari. A Venezia, dove si respira un clima più aperto, libero, “cosmopolita” rispetto al severo conformismo provinciale di Ceneda e Portogruaro, il giovane Da Ponte – figura elegante, fascinosa e abile affabulatore – trova il terreno di caccia ideale per le sue irresistibili ambizioni erotiche. Allaccia una relazione dopo l’altra con donne di diversa estrazione, adottando senza remore uno stile di vita vistosamente incompatibile con il suo status di religioso. Al punto che nel 1779, viene coinvolto in un processo per “rapto di donna honesta”, adulterio e concubinaggio con la moglie di un mercante di piume, Angiola Bellaudi, relazione dalla quale erano nati addirittura tre figli, abbandonati nell’ospedale di S. Maria della Pietà. È probabile che lo scandalo, intollerabile anche in una città come Venezia assai liberale in fatto di costumi sessuali, fosse in realtà solo la classica punta dell’iceberg e che sotto la pruderie pubblica ed ecclesiastica agisse soprattutto il risentimento ideologico della comunità dei benpensanti e dei conservatori, infastidita dalle simpatie dapontiane per le idee liberaleggianti e anticonformiste di Jean-Jacques Rousseau. Nel 1776 Da Ponte viene perciò condannato e bandito dallo stato veneto per 15 anni. Si trasferisce dapprima a Gorizia, che dal 1500 apparteneva alla Casa degli Asburgo, e nel 1781 si stabilisce a Dresda, dove grazie all’ aiuto del suo amico Caterino Mazzolà, poeta cesareo dell’elettore di Sassonia, lavora alla traduzione e all’adattamento di opere teatrali dal francese e si innamora, ricambiato, delle due figlie del pittore della locale accademia di belle arti.

Nell’incertezza della scelta – così riferisce con evasivo compiacimento nelle sue Memorie – Da Ponte lascia Dresda e si trasferisce nel 1782 a Vienna, dove conosce il poeta Pietro Metastasio e il Kapellmeister Antonio Salieri che lo introduce a corte presentandolo all‘imperatore Giuseppe II e appoggiandone la nomina, avvenuta nel 1783, a poeta dei teatri imperiali. A Vienna, fra il 1786 e il 1790, scrive i libretti della trilogia mozartiana: Le nozze di Figaro (tratto da Le mariage de Figaro di Beaumarchais), Don Giovanni e Cosi fan tutte. Sulla genesi dei libretti e sul rapporto con Mozart le informazioni ricavabili dalle Memorie sono scarse, frammentarie ed evasive. Qualcosa di più dettagliato sappiamo invece sulla prima opera del trittico – Le Nozze di Figaro – . Da Ponte  enfatizza il ruolo decisivo della  moral suasion che lui stesso avrebbe esercitato  sull’imperatore Giuseppe II, restio a autorizzare la rappresentazione di un’opera  che,  pur smorzando la carica rivoluzionaria del testo di Beaumarchais (celebre qui l ‘invettiva di Figaro contro la classe nobiliare:” vous vous êtes donné la peine de naître, et rien de plus”, “avete  fatto solo la fatica di nascere e niente di più”), trasferisce   il rapporto di classe fra umili e potenti sul piano della astuzia e dell’intelligenza, qualità  con cui i servitori – Figaro e Susanna – danno scacco al grande di Spagna, Conte di Almaviva, intenzionato a ripristinare lo ius primae noctis e lo obbligano a chiedere scusa e a inginocchiarsi davanti a sua moglie. Sulle ragioni del revirement dell’imperatore che autorizzò la messa in scena dell’opera, accettando anche l’inserimento di alcuni balletti, generalmente ostracizzati negli spettacoli a corte, l’ipotesi più fondata è che le resistenze iniziali di Giuseppe II fossero più apparenti che sostanziali e che si trattasse di una manovra strategica ben calcolata. L’ imperatore mirava infatti a ristabilire la centralità e l’autorità del potere imperiale rispetto all’ invadenza e agli interessi particolari della classe nobiliare a corte; e in questa prospettiva il chiaro messaggio ideologico veicolato dalle Nozze di Figaro faceva gioco al suo disegno politico. Resta comunque il fatto che nelle Memorie, a parte il generico, convenzionale riconoscimento di Da Ponte della genialità di Mozart, nulla di esplicito è detto sulla “dinamica” del rapporto di collaborazione fra musicista e librettista. Si ha l’impressione, avvalorata dall’ atteggiamento reticente di Da Ponte, che musicista e librettista abbiano lavorato in reciproca autonomia, come due monadi distinte, ma legate da una misteriosa armonia prestabilita. È innegabile infatti che in pochi altri libretti Da Ponte è riuscito a raggiungere una cosi risolta, sfaccettata, variata caratterizzazione di tipi umani e di situazioni attraverso una scrittura che alterna infallibilmente toni lirici, comici, buffi, farseschi nei quali filtra la conoscenza scaltrita della psicologia femminile e maschile maturata negli anni della sua “scapigliatura” veneziana. Penso, per fare un esempio fra i molti possibili disseminati nella trilogia, alla allusività piccante e all’ erotismo malizioso ma trasparente con cui Zerlina consola il fidanzato Masetto preso a bastonate da Don Giovanni (vedi link d’ascolto).

Con la morte di Giuseppe II nel 1790 cambia il clima politico, con conseguenze immediate sulle attività culturali a corte. Il nuovo imperatore Leopoldo II inaugura una politica di austerità finanziaria che tocca in primis gli spettacoli dei teatri di corte. Nel 1791 quindi Da Ponte è costretto a lasciare Vienna e si trasferisce a Trieste. Dopo la morte di Leopoldo II e l ’ascesa al trono di Francesco II sembra aprirsi uno spiraglio per il suo ritorno a Vienna: ma il suo tentativo di guadagnarsi il favore del nuovo imperatore fallisce. Nel 1792 è di nuovo a Trieste, progetta poi di trasferirsi a Parigi, ma vi rinuncia per le incertezze della situazione politica. La Francia è in guerra contro Austria e Prussia e nel 1792 la presa delle Tuileries segna la fine della monarchia. Nello stesso anno sposa a Trieste Anna Celestina Ernestina Grahl (La “Nancy” delle Memorie, più giovane di lui di vent’anni), figlia di un mercante; quindi, su probabile suggerimento di Casanova, si trasferisce a Londra, dove soggiornerà fino al 1805, tolti brevi viaggi in Belgio e in Olanda per promuovere la messa in scena di opere italiane. Negli anni londinesi scrive e traduce una imponente serie di libretti per il King’s Theatre in Haymarket e ne diventa lui stesso l’impresario, ma l’attività imprenditoriale, che includeva fra l’altro anche la gestione del bar del teatro, finisce con un fallimento cui seguono strascichi giudiziari per debiti. Fallimento che Da Ponte attribuisce nelle sue Memorie alla cattiva gestione finanziaria del suo socio inglese, William Taylor. Anche il viaggio in Italia fra il 1798 e il 1799, come talent scout di giovani cantanti lirici, si rivela un fiasco ed è costretto a tornare a Londra, dove apre una libreria e una casa editrice di libri in lingua italiana i cui proventi non bastano tuttavia a raddrizzare una situazione economica ormai compromessa. Ad Aprile 1805, a 56 anni, lascia l’Europa e raggiunge la moglie che si era già trasferita negli Stati Uniti. Da Filadelfia si stabilisce a New York dove avvia un commercio di spezie e ottiene, grazie all’interessamento di un giovane studioso americano, Clement Marke Moore, l’incarico di tenere in casa del padre, preside del Columbia College, un corso di lingua italiana. Allaccia poi un rapporto d’affari con un distillatore di liquori, perdendo buona parte del denaro guadagnato con le lezioni di italiano. Si trasferisce quindi con la famiglia a Sunbury in Pennsylvania ove gestisce una rivendita di medicinali, apre una modisteria e investe i suoi precari guadagni nel settore dei trasporti.

Nel 1819 torna a New York ove riprende in maniera sistematica l’insegnamento della lingua e della letteratura italiana fra l’entusiasmo dei suoi allievi sempre più numerosi; nel 1825 ottiene grazie all’appoggio di Clément Moore un posto stabile di insegnante di italiano al Columbia College, primo italiano nella storia della Columbia. Nel 1833 realizza il progetto di una vita: l’apertura di un teatro italiano d’opera che viene inaugurato con La gazza ladra di Rossini.  Ma dopo due anni di attività il teatro chiude per debiti e la gestione passa in altre mani. Nel 1838 ottiene la cittadinanza americana e muore a New York, il 17 agosto dello stesso anno a 89 anni, dopo un fallito tentativo di riconciliazione con la chiesa cattolica. 

Links d’ascolto:

Nozze di Figaro: “Non più andrai farfallone amoroso”

Don Giovanni: “Madamina, il catalogo è questo”

“Vedrai, carino,” Aria di Zerlina

Cosi fan tutte: “Un’aura amorosa”


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