MEDUSA

di Andrea La Rovere


Di tutte le vecchie storie dei miti che ogni tanto mi diverto a raccontarvi rivedute e (s)corrette, la vicenda di Medusa è quella dove non c’è proprio niente da ridere. Medusa è vittima di quello che oggi viene definito “victim blaming”, ovvero la spregevole pratica di “dare la colpa alla vittima” anziché al carnefice che troviamo spesso ancora ai giorni nostri, specie se la vittima in questione è una donna.

Medusa è una delle tre gorgoni, tradizionali mostri della mitologia greca, figlie di Forco e Ceto (due divinità marine) e capaci di pietrificare con lo sguardo. Una dote che a molte donne di oggi farebbe davvero comodo, specie aspettando un taxi di notte. Mostri sì, ma bellissime. In particolare, Medusa, talmente bella da far infuriare Atena, dea viziata e misogina, sempre pronta a dare addosso alle altre donne.

Non solo, Medusa non fa mistero della sua bellezza e subito il primo maschio alfa che passa di là pensa di poterne abusare a piacimento. Poseidone, dio dei mari che si crede un gran figo hipster di quelle pubblicità sulle lozioni per la barba, la violenta proprio in un tempio dedicato ad Atena. “Sacrilegio!” urla e sbraita la dea: indovinate con chi se la prende?
Esatto! Non certo col barbuto Poseidone, che ha fatto i comodi suoi mettendo pure incinta Medusa, ma con la vittima. “Come osi insozzare il mio tempio facendoti violentare proprio qui?” Vi sembra assurdo? Siamo sicuri che oggi una reazione del genere sarebbe improbabile?

Insomma, Medusa viene trasformata per “punizione” nel mostro che tutti sappiamo, quello del celebre scudo dipinto da Caravaggio: una donna ferocemente incazzata e con la testa coperta non di ricci ma da serpenti. E con quello sguardo, prima così bello e innocente, che ora dispensa dolore. Il suo.

Medusa, il mostro, emarginata e temuta, se ne sta a farsi i beati fatti suoi dalle parti del regno dei morti, per dire l’allegria. Ma non basta. Tale Polidette, re di Serifo, si invaghisce della madre di Perseo e – per avere campo libero – escogita un piano da vero bastardo. Del resto, cosa vi aspettate da uno che ha il nome di un adesivo per dentiere?

Perseo è un giovanotto in cerca di imprese da raccontare al bar per farsi il fregnone davanti a una buona pinta. Polidette lo invia allora a far fuori Medusa e a quello non pare vero di buttarsi all’avventura. Anche lui è una bella pasta d’uomo: per farsi rivelare dove si trova Medusa, tortura le Graie manco fosse a Guantanamo, poi prende loro dei sandali alati e l’elmo dell’invisibilità di Ade.

Ermes gli dà pure un falcetto adamantino. Immaginatevi la scena: questo baccalà fatto e finito coi sandali alati, l’elmetto da Playmobil e il falcetto adamantino. Nella migliore delle ipotesi, somiglia a uno dei Village People. Giunto dalle Gorgoni le trova addormentate e, guardando Medusa attraverso uno specchio per evitare di essere pietrificato, le taglia la testa. Zac!
Dal capo della donna escono i due “figli” che attende da Poseidone. Uso le virgolette perché sono un po’ particolari: Pegaso – e sì, il celebre cavallo alato – e Crisaore, un gigante.

Il giovane ficca il macabro trofeo in un sacco e sfugge alle Gorgoni rendendosi invisibile, non proprio una fuga leale e onorevole, ma lui è il figo della storia e tutto gli è permesso. Per colmare la misura, Perseo si porta in giro la testa di Medusa e la usa come arma, dato che anche spiccata dal corpo continua a pietrificare che è una bellezza. Alla fine, dopo una serie di nefandezze, pietrifica anche lo stesso Polidette: almeno qui giustizia è fatta.

La testa, infine, viene consegnata ad Atena, che la pone al centro della sua egida.
Insomma, Medusa, l’unica vittima della storia, finisce per pagare per tutti e per essere ricordata come il mostro. Poseidone lo stupratore, Atena l’invidiosa e Perseo il vanaglorioso la fanno invece franca, uscendone puliti come dalla centrifuga della lavatrice.

Una storia che – fortunatamente meno spesso – continua ancora oggi a ripetersi, suonando tristemente nota.


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