INDRO MONTANELLI, UN GRANDE SOLISTA

di Antonella Reda e Susanna Rotunno


Giornalista, scrittore, intellettuale Indro Montanelli è sicuramente un protagonista  controverso del 900. In bilico fra giudizio critico e consenso è ancora oggi un Maestro di questo mestiere, anche per le giovani generazioni

Nome Indro, nato nel 1909, a Fucecchio provincia di Firenze, dopo una laurea in giurisprudenza ed una in scienze politiche nel ‘32, tenta presto la carriera di  giornalista e di scrittore. E quando nel 1935 l’Italia conquista l’Etiopia, Montanelli chiede di recarsi come inviato per l’agenzia UP ma non viene accettano e così si arruola volontario .

 E’ a quel tempo che risale la discussa vicendadella sposa bambina quando in Eritrea Indro si unisce a Destà. Montanelli non ha mai nascosto questo passato definendolo un’usanza locale dell’epoca, in realtà, strumento del potere coloniale. Ancora oggi passati tanti anni, per alcuni è considerato in maniera paternalistica, per altri soprattutto per il pensiero vivo del femminismo, una grave colpa. Tornato in Europa, trascorre lunghi periodi in Francia dove collabora a Paris Soire, poi al Messaggero come inviato di guerra in Spagna nel 1937. Per i suoi articoli viene espulso dal partito fascista e dall’albo dei giornalisti. Dopo un periodo di “volontario esilio”, nel 1938 rientra in Italia dove Aldo Borelli, direttore del Corriere della Sera, gli offre un contratto di collaborazione, evitando temi politici. Ben presto però Indro torna a fare l’inviato di guerra e nel 1939 è in Germania. Ancora una volta è Mussolini in persona a deplorare gli articoli di Montanelli, mentre il giornalista segue fronti diversi del conflitto: Polonia, Estonia, Russia e Finlandia. Nel 1940, rientrato a Roma quando l’Italia entra in guerra, sempre per il Corriere della Sera, è inviato sul fronte francese, quindi raggiunge i Balcani e poi la Grecia a seguire la disastrosa campagna militare italiana. In Jugoslavia assiste alla indipendenza del Montenegro.  “Finì così la mia carriera di corrispondente di guerra. Ne avevo viste abbastanza. Rientrando, chiesi al giornale di mettermi da parte”. Ma non abbandona il suo impegno politico.  Nel 1942 sposa a Milano Maggie De Colins de Tarsienne, accusata poi di tradimento e con la quale viene arrestato nel 1944, recluso a San Vittore e condannato a morte dai nazi fascisti, con l’accusa di aver pubblicato degli articoli considerati diffamatori del regime. Riuscito ad evitare la fucilazione, fugge in Svizzera, e a Lugano rimane fino alla fine della guerra. Rientrato a Milano prosegue la sua carriera di giornalista per Il Corriere della Sera e per varie testate e riviste. Un periodo di  attività raffinata e acuta, tra cui ricordiamo i suoi “Incontri”, pubblicati nel 1962 da Rizzoli,  ritratti giornalistici di personaggi storici e culturali del 900. Lo stile ironico e graffiante li ritrae in chiaroscuro, con le loro manie e difetti, tic e debolezze. Senza nessun timore reverenziale un lessico che parlava in modo spregiudicato dei grandi del tempo, dandogli del tu. Ecco tra i tanti, Saverio Nitti, Guglielmo Giannini, Guareschi, Spadolini, Rossellini, Anna Magnani, Umberto Agnelli. Dopo un lungo sodalizio, lascia il Corriere per contrasti sulla linea politica. Sposa Colette Rosselli , più famosa come Donna Letizia e nel 1974 fonda il Giornale Nuovo, distinguendosi come opinionista di stampo conservatore. Nel 1977 ritenuto un “servo del regime” per le sue posizioni politiche, viene gambizzato dalle Brigate Rosse. Dirige Il Giornale Nuovo fino al 1994 ma entra in polemica con l’editore Silvio Berlusconi, quando questo fonda un partito.  Montanelli decide di rinunciare perché non voleva mettere il Giornale a servizio di un movimento politico. Nello stesso anno fonda La Voce, e continua ad essere moderato ma antiberlusconiano. Il quotidiano durerà solo un anno. Poi Montanelli torna in un certo senso a casa, al”suo” Corriere della Sera, chiudendo così un cerchio.

Sicuramente è stato un Direttore “sui generis”. A chi chiedeva a Montanelli perché non amasse fare il direttore pur essendo il più grande giornalista italiano, rispondeva che sapeva di suonare bene il suo strumento ma “chi ha detto che Rubinstein sappia fare il direttore d’orchestra? Anche se poi mi è toccato farlo, e sono stato issato sul pennone come una bandiera, poi il giornale è andato da sé”. Umilmente ma in maniera determinata Montanelli affermava  di essere intransigente sulla linea editoriale da lui indicata ma sulla “fattura” del giornale “lascio fare, credo di essere un direttore abbastanza comodo per gli altri, evito atteggiamenti autoritari. I miei articoli di fondo li sottopongo alla redazione e qualche volta è capitato che mi sia stato detto “No guardi Direttore non va bene e io ha cestinato il mio articolo perché a volte si scrive sull’impulso del momento e si perde la misura e non ci se ne accorge. Allora ci vuole un occhio estraneo che dica: “no sei andato oltre misura”. Io accetto questa forma di censura dei miei redattori e poi a me fare il direttore non mi diverte! Sono un solista.

Montanelli ci ha lasciato una lezione di libertà, seguendo sempre quello che gli sembrava giusto fare prima durante il regime fascista poi quando gli sembrò di tradire i suoi obbiettivi,  poi durante la prima repubblica quando indicò dei mali minori, come votare DC turandosi il naso, poi ancora lo fece nella stagione di Berlusconi. Era assolutamente convinto che un giornalista dovesse rendere testimonianza di quella che doveva essere la realtà, perlomeno come la percepiva e lo fece con coraggio cercando di essere provocatorio e quando era possibile divertente.  Ha espresso sempre la coerenza al suo pensiero anche rispetto alla distanza dalla politica. Nel 1991, a dimostrazione di ciò Montanelli rifiuta di fare il Senatore a vita, su proposta del Presidente Francesco Cossiga : “Io nella mia vita di giornalista non faccio altro che criticare il così detto Palazzo. Se io avessi accettato quella poltrona, gli inquilini del medesimo mi avrebbero potuto dire“Ma se ti facciamo tanto schifo perché sei venuto in mezzo a noi?” Ecco io trovo che la professione del giornalista è incompatibile con qualsiasi posizione di potere”

Indro Montanelli muore a Milano il 22 luglio 2001.
La sua storica scrivania e la sua inseparabile macchina da scrivere lettera 22, sono custoditi a Fucecchio, suo paese natale

“Per me il giornalismo è tutto … credo che lo farei anche gratis mangiando non so cosa. E la mia passione il mio amore la mia fatica, dannazione e passatempo. “Indro Montanelli


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