TEATRO DI POMPEO

di Luca Berretta


Il tema di questa puntata offre lo spunto per una riflessione sul ruolo che il teatro dell’antica Grecia ha avuto nella formazione della cultura politica e spettacolare della città di Roma. I teatri ateniesi furono un centro di straordinaria aggregazione sociale e diffusione di ideologie politiche ma anche il luogo della catarsi individuale dove si rappresentavano, attraverso la tragedia e la commedia greca, i massimi sentimenti dell’uomo. L’origine del teatro in occidente avvenne quando Roma conobbe e ammirò le forme e la storia dell’antica Grecia.

Roma assorbì subito l’esempio del teatro come luogo classico dello spettacolo e della cultura, ma lo realizzò con una tecnica e un’immagine assai differente. Quello greco sorgeva su pendii, appoggiandosi al terreno, veniva realizzato vicino a templi e fuori delle città. Al contrario quello romano era un vero e proprio edificio, costruito nel centro delle città, su qualsiasi tipo di terreno in quanto la tecnica costruttiva romana, a differenza di quella greca, era a conoscenza del principio costruttivo dell’arco e della volta.

Una tecnica assai importante che consentì ai romani di realizzare, con qualsiasi tipo di terreno, edifici, teatri a più livelli e possenti acquedotti ancora oggi visibili nelle campagne romane. Un’architettura che seppe utilizzare il principio dell’arco strutturale. La cavea del teatro romano era pertanto appoggiata ad una struttura edilizia su più livelli, serviti da scale interne. I romani, grazie a questa tecnica, realizzarono strutture totalmente autonome e autoportanti, fondate su una fitta rete di murature radiali e concentriche.

Le gradinate semicircolari della cavea poggiavano su archi e volte in muratura di mattoni collegate a loggiati laterali che chiudevano il grande spazio scenografico interno. Questo principio strutturale consentiva inoltre di dotare il teatro di una propria facciata esterna autonoma, riccamente ornata e monumentale, trasformando l’edificio in un elemento architettonico riconoscibile nel tessuto della città. La scena del teatro, al contrario di quella greca che era ridotta al minimo e priva di complessi effetti speciali, era decorata da ordini sovrapposti di colonne e cornici in marmo; lo spazio scenico divenne più complesso con l’uso di macchine teatrali. Comparve per la prima volta il sipario e il velario

che veniva montato per riparare dal sole gli attori e il pubblico. Lo spazio interno che ne derivò fu più fastoso e architettonico di quello greco che invece concentrava l’attenzione del pubblico sulla presenza attoriale. Il teatro romano, e quello di Pompeo fu un ottimo esempio, realizzò con la cavea legata al fondale scenico, un insieme architettonico unitario. Il Teatro di Pompeo è stato uno dei più grandi edifici che costruiti a Roma e rappresentò uno degli episodi più innovativi dell’epoca repubblicana. Ma per poter fare questo, Pompeo Magno dovette aggirare un ostacolo. Per lunghissimo tempo a Roma, fu considerato deplorevole costruire teatri in quanto si credeva che i giovani potessero essere influenzati negativamente dalle rappresentazioni teatrali. Per questo motivo era stato anche deliberato ufficialmente il divieto di costruirne in maniera stabile. I teatri dovevano essere provvisori, realizzati in legno, eretti soltanto in prossimità di luoghi di culto, e dovevano essere smontati dopo le rappresentazioni. Pompeo riuscì ad aggirare i divieti censori che avevano sempre impedito la realizzazione a Roma di teatri stabili in muratura grazie a una semplice idea. L’Imperatore fece realizzare su un podio rialzato, nella parte più alta della cavea, un tempio dedicato a Venere

vincitrice la cui gradinata d’accesso era proprio costituita dall’intera cavea teatrale che diventava pertanto un passaggio sacro. Così facendo, su quei gradini, la gente poteva sedersi ammirando gli spettacoli voltando le spalle al tempio. Una soluzione che gli consentì di aggirare il divieto del Senato. Il Teatro aveva un diametro di circa 160 metri e disponeva di circa 17.500 posti a sedere, nei quali gli spettatori si distribuivano entrando dai vari livelli dei corridoi sostenuti e collegati tra loro dalle arcate in muratura.  Misurava un’altezza di 45 mt tre in meno del Colosseo.

E a testimonianza di quanto accadde nei secoli, nella costruzione e sovrapposizione del tessuto edilizio della città, la forma della cavea semicircolare delle tribune è riconoscibile ancora oggi. Le case che vennero costruite sulle fondamenta del teatro e che oggi delimitano uno dei lati di Piazza di Grotta Pinta,

furono realizzate seguendo la curva dell’antica cavea. Questo segno storico è forse uno degli esempi più notevoli di continuità urbanistica. Il teatro, nei secoli successivi e durante il medioevo, venne completamente inglobato nel tessuto edilizio e nella trasformazione della città. Divenuto una monumentale cava a cielo aperto, “Il Trullo”, erano così chiamate le rovine del teatro, fornì marmi e materiali per le costruzioni degli edifici circostanti nel corso del medioevo e su questi resti antichi sorsero le chiese di S. Barbara dei Librari, quella oggi sconsacrata di S. Maria di Grottapinta ed il palazzo quattrocentesco di Virginio Orsini, chiamato poi Palazzo Righetti. Alcune Rovine, poche, restano come tracce nascoste nell’edilizia che realizzò la Roma storica che noi tutti conosciamo. Lo scrittore e giornalista Francesco Alberoni, in proposito osservò:

Perché le rovine ci piacciono? Perché testimoniano non una decomposizione, ma una sopravvivenza, non qualcosa che si distrugge, ma che resiste al tempo.”


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