LE PIANTE CI INSEGNANO CHE SI PUÒ ESSERE FELICI CON POCO. INTERVISTA AD ALESSANDRA VIOLA

di Madia Mauro
Alessandra Viola è scrittrice, giornalista e produttrice televisiva. Insegna Comunicazione dell’ambiente al Master in Comunicazione della Scienza e della Salute dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e collabora con “La Repubblica”, “National Geographic” e “Il Sole 24 Ore”. Per la Rai ha scritto e condotto la trasmissione per ragazzi “Clorofilla” e la rubrica “Racconti verdi”. È autrice di saggi di divulgazione scientifica, tra cui “Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale” (con Stefano Mancuso, Giunti 2013), “Flower Power. Le piante e i loro diritti” (Einaudi 2020) e “Andare per orti botanici” (con Manlio Speciale, Il Mulino 2021). Ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il premio “Miglior giornalista scientifico dell’anno” dalla Fondazione Armenise‑Harvard e il titolo di “Ambasciatrice della Natura”.
Alessandra, nel tuo ultimo libro “Piante da record” (Aboca) proponi un viaggio nel mondo delle piante più straordinarie e resilienti del pianeta. Storie incredibili di esseri capaci di sopravvivere a condizioni estreme e di raggiungere età incredibili, come il bosco Pando, che ha circa 80.000 anni. Quale pianta ti ha colpito di più e perché?
Ogni pianta mi colpisce per un motivo differente. Una perché è gigantesca, un’altra perché è piccolissima, un’altra ancora perché è super resistente al freddo o riesce a vivere quasi senza luce. Ognuna ha qualche caratteristica che ai miei occhi la rende unica. Posso stare ore a guardare un prato o un bosco senza mai annoiarmi, anzi trovando di continuo nuovi motivi di stupore. In generale, quello che mi colpisce maggiormente è la capacità di adattamento delle piante. E la loro straordinaria resistenza. Come nel caso degli alberi che sono sopravvissuti alla bomba atomica, che sembrano dirci: hai molta più forza di quanto credi!

Il momento in cui hai capito che le piante possono essere maestre di vita.
Non saprei dire il momento preciso, è una consapevolezza che è cresciuta nel tempo. Oggi so che ogni pianta porta un insegnamento. Non tutti sono ugualmente evidenti, ma spesso quando si cerca una risposta o un’ispirazione basta andare in un parco, o anche in un vivaio. Quando stavo lavorando a “Chiedi a una pianta” (Laterza) per esempio, sono stata catturata dalla Tillandsia aeranthos, una pianta che cresce sui pali e sui muri, che non ha bisogno della terra perché non mangia dalle radici ma recupera dall’aria e dall’acqua il poco che le occorre per vivere. Una pianta decisamente anticonformista, un’erba che può guardare lontano quanto un albero, ma che al tempo stesso paga un prezzo per questa sua libertà e deve stare attenta a valutare bene quante risorse ha. Tutte indicazioni che ho trovato molto utili scrivendo il libro.
Come nasce l’idea di scrivere questo libro?
È stato il desiderio di condividere gli interrogativi che muovono le mie ricerche e alcune esperienze di vita. Ho impiegato parecchio tempo per decidermi a farlo perché alcune di queste esperienze sono un po’ inusuali e si prestano facilmente allo scherno. Sono invece serissime, e per me sono state molto formative. Mi riferisco al fatto di dormire con una mela, ma anche all’occasione nella quale mi è accaduto di parlare con un canneto. Mentre scrivevo il libro pensavo: mi contesteranno aspramente, diranno che sono un’eccentrica. Ho una formazione scientifica e so benissimo che per alcuni dei fatti che racconto non esistono allo stato attuale spiegazioni scientifiche. Mi ha confortato enormemente però scoprire – il che accade praticamente ad ogni presentazione o incontro pubblico – che sono decine le persone che hanno vissuto esperienze simili alle mie. Beninteso – anche fossimo migliaia – queste continuano a non essere prove scientifiche, ma quello che conta a mio avviso è cercare e se possibile trovare una relazione con le piante. Quale sia il canale, poi, mi pare secondario.
Dormire con una mela accanto al cuscino per beneficiare dell’etilene rilasciato. È un’abitudine che ha portato risultati concreti?
Decisamente! Sapeste che felicità quando sono arrivate le mele nuove. Perché quelle vecchie dopo mesi e mesi di frigorifero smettono quasi di profumare e non ‘funzionano’ più… comunque non è solo questione di etilene. La mela di notte è un conforto, io quando mi sveglio la annuso tutta ‘svestendola’ del suo profumo, me la rigiro tra le mani e poi mi riaddormento beata. Se ha una base scientifica? No. Ma io soffrivo di una terribile insonnia e con la mela dormo molto meglio. Provare per credere! (meglio scegliere una mela biologica, ben lavata, e molto profumata). Poi nel libro spiego che la mela è solo uno dei possibili frutti con cui dormire e solo uno dei modi per ‘dormire con le piante’, che fa bene alla qualità del sonno.

Quali sono le lezioni più importanti che possiamo imparare dalle piante?
Le piante impartiscono molte lezioni e ognuno può trarne una differente. Per me le più importanti riguardano la capacità di adattarsi. Mi rapiscono alcune piantine che crescono sui muri, o tra le crepe dell’asfalto. Mi fanno pensare che la vita è sempre in agguato, pronta a sorprenderti, capace di fiorire nei momenti e nei luoghi più insoliti. Crediamo di avere bisogno di molte cose, per vivere bene. Le piante invece insegnano che non è così. Si può essere felici con poco.
Come pensi si possa contribuire a creare un futuro più sostenibile?
Iniziare a vedere le piante è un importante primo passo. Spesso non le notiamo neppure, sono solo lo sfondo in cui ci muoviamo, non degli esseri viventi con i quali entrare in relazione. Quando iniziamo a conoscerle, cambia tutto. Di colpo le strade intorno a noi si ‘popolano’ di esseri viventi senzienti e intelligenti. È sorprendente. Iniziare a rispettarle verrà subito dopo. E a cascata cambieranno molti comportamenti – uno su tutti le severe potature cittadine – che oggi sembrano normali e invece ai miei occhi sono delle aggressioni al mondo vegetale.
Il tuo lavoro di giornalista e scrittrice si concentra non solo sulla promozione della consapevolezza ambientale, ma affronta anche temi sociali di grande rilevanza, come la guerra e la Shoah. Come riesci a coniugare questi due ambiti apparentemente diversi?
La mia passione è quella di creare nuove consapevolezze. Fornire nuovi punti di vista. Ragionare insieme con i lettori o gli spettatori su specifici argomenti. Le piante e la legalità sembrano temi distanti ma hanno moltissimo in comune. Mi interessano le strade per promuovere la pace, sia tra gli esseri umani che tra questi e gli altri esseri viventi. E mi interessa condividere le mie idee, far fiorire dei dibattiti. Seminare nuove consapevolezze.

Il cortometraggio d’animazione “La Storia di Sergio”, ammesso dall’Academy tra i titoli in corsa agli Oscar 2026 nella categoria ‘Animated Short Film’, è un adattamento cinematografico del libro omonimo, scritto da Andra e Tatiana Bucci, sorelle sopravvissute alla Shoah. Prodotto da Larcadarte Cartoons e scritto insieme alla regista Rosalba Vitellaro, è un esempio di come il cinema possa essere uno strumento importante per raccontare storie di vita e di sopravvivenza.
Con Rosalba Vitellaro lavoriamo insieme da oltre vent’anni. Occuparci di storie a tema sociale è ciò che più ci appassiona. Scegliamo sempre vicende vere e quella di Sergio e insieme del giornalista Gunther Schwarberg che raccontò la strage nella quale Sergio perse la vita insieme ad altri diciannove bambini è tra le più commoventi e importanti del secolo scorso. La storia di un inganno ferocissimo, perché perpetuato ai danni di bambini inermi che speravano di rivedere la mamma. Questa produzione è stata molto complessa. Iniziata con un interessamento dell’Ambasciata tedesca in Italia, è proseguita con il sostegno del Centro Padre Nostro di Palermo e dell’Ufficio nazionale anti discriminazioni razziali (Unar). Poi abbiamo lanciato un crowdfunding internazionale al quale hanno contribuito personalmente anche le sorelle Andra e Tatiana Bucci, testimoni della Shoah, e infine l’Assessorato regionale all’Istruzione e alla Formazione della Regione Sicilia, attraverso una rete di sei scuole, ci ha consentito di produrre un prologo animato tutto realizzato dagli studenti, che è stato aggiunto al cartone animato.
Cosa volete trasmettere ai vostri spettatori, in particolare a quelli più giovani?
Molte nuove consapevolezze. Ma se devo scegliere, direi la capacità di discernere. In un mondo super complesso, “Storia di Sergio” insegna a distinguere. Tra ebrei e israeliani, tra nazisti e tedeschi. Le generalizzazioni ci confondono, riflettere e capire a volte sembra complicato ma aiuta a destreggiarsi e scegliere. E quando lo si apprende da bambini, è un metodo che serve per tutta la vita.

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